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Festival di San Sebastián 2026: Larrán e Leigh in concorso per la Concha de Oro

Festival di San Sebastián 2026: la 74ª edizione accende i riflettori sulla Concha de Oro

Settembre si avvicina e, con lui, uno degli appuntamenti più attesi del calendario cinematografico mondiale. Il festival san sebastián 2026 — alla sua 74ª edizione, in programma dal 18 al 26 settembre — ha già svelato una selezione in concorso capace di far battere il cuore a qualsiasi cinefilo. Mettetevi comodi: ci sono sette registi con altrettanti film in lizza per la Concha de Oro, e la lista è tutto fuorché ordinaria. Da Pablo Larraín a Mike Leigh, passando per voci meno conosciute al grande pubblico ma già celebrate nei circuiti d’autore, il Zinemaldia — come lo chiamano affettuosamente i baschi — si prepara a essere un crocevia di cinema che conta davvero.

Donostia, la città che capisce il cinema

Prima di entrare nel vivo della selezione, vale la pena ricordare perché San Sebastián non è un festival come gli altri. Nata nel 1953, la kermesse basca ha costruito nel tempo una reputazione solidissima: non la grandiosità di Cannes, non la glamour machinery di Venezia, ma una cinefilia genuina, radicata nel territorio, capace di premiare opere che spesso anticipano i gusti del pubblico e della critica internazionale. La città stessa — con la sua Parte Vieja, la Bahía de la Concha, i pintxos nei bar del centro — diventa parte integrante dell’esperienza festivaliera. È un luogo dove i registi parlano davvero con il pubblico, dove le proiezioni si riempiono di spettatori autentici e non solo di accreditati. Tutto questo, nel settembre 2026, torna a essere il palcoscenico ideale per un concorso di alto profilo.

La Concha de Oro, il premio più ambito della manifestazione, viene assegnata dalla giuria ufficiale al miglior film in concorso. Nel corso degli anni ha incoronato opere poi diventate pietre miliari del cinema d’autore, e anche questa edizione sembra promettere materiale di primissimo livello. Vediamo, uno per uno, i protagonisti della competizione.

Pablo Larraín: il cileno che riscrive la storia

Se c’è un nome che negli ultimi anni ha ridefinito il concetto di biopic — o forse è meglio dire di ritratto cinematografico — quello è Pablo Larraín. Il regista cileno ha costruito una filmografia che non smette di sorprendere: da No a Jackie, da Spencer a El Conde, ogni suo film è un oggetto visivamente e narrativamente distinto, capace di trovare un angolo inedito su storie già raccontate mille volte. Che il suo nuovo progetto sia in concorso al festival san sebastián 2026 non è una sorpresa — Larraín ha già un rapporto consolidato con i grandi festival europei — ma è una garanzia di qualità e di ambizione. Il suo nome in lista è già sufficiente a far salire l’attesa di diversi gradi.

Mike Leigh e ‘Tender Loving Care’: il maestro britannico non si ferma

Mike Leigh è uno di quei registi che non ha bisogno di presentazioni, ma che merita sempre di essere raccontato con la cura che si riserva ai grandi. Ottantaduenne, con una carriera costruita su capolavori come Segreti e bugie, All or Nothing, Mr. Turner e Naked, il regista britannico porta a San Sebastián il suo nuovo film, Tender Loving Care. Il titolo — che in inglese evoca sia la cura affettuosa che un certo tipo di assistenza sanitaria — lascia già intuire i territori emotivi che Leigh intende esplorare. D’altronde, il suo cinema è da sempre un’indagine spietata e commovente delle relazioni umane, spesso costruita attraverso il metodo delle improvvisazioni guidate con il cast. Vedere un nuovo Leigh in concorso è, per qualsiasi cinefilo, una ragione sufficiente per prenotare il volo per Donostia.

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Nicole Garcia e ‘7:40 ce matin-là/Milo’: la Francia porta tensione e intimità

Nicole Garcia è una figura centrale del cinema francese contemporaneo, sia come attrice che come regista. Con il suo nuovo film, 7:40 ce matin-là/Milo — il doppio titolo suggerisce già una doppia identità, una storia che forse si racconta su più livelli — porta a San Sebastián quella tradizione tutta francese di cinema che sa stare dentro le emozioni senza diventare sentimentale. Garcia ha sempre avuto un occhio particolare per i personaggi femminili complessi, per le relazioni che logorano e che costruiscono allo stesso tempo. Il titolo, con il riferimento orario preciso, evoca qualcosa di urgente, di irreversibile: un momento che cambia tutto. È esattamente il tipo di cinema che il festival san sebastián 2026 sa valorizzare meglio di chiunque altro.

Maha Harada e ‘In My Father’s Room’: una voce giapponese da scoprire

Tra i nomi in concorso, quello di Maha Harada è forse il meno noto al grande pubblico europeo, ma è proprio qui che il festival di San Sebastián dimostra il suo valore: la capacità di portare in primo piano voci che meritano ascolto anche al di là dei circuiti consolidati. In My Father’s Room è un titolo che evoca memoria, eredità, il peso e la grazia di ciò che ci lascia chi viene prima di noi. Il cinema giapponese ha una tradizione lunghissima nel trattare questi temi — basti pensare a Ozu, a Naruse, o ai contemporanei come Hirokazu Kore-eda — e vedere una regista come Harada misurarsi con la competizione internazionale è uno di quegli appuntamenti che i festival sanno creare e che le sale normalmente non offrono. Un film da tenere d’occhio, senza pregiudizi.

Hans Petter Moland e ‘Growth of the Soil’: il nord che parla al cuore

Il norvegese Hans Petter Moland è un autore che ha dimostrato più volte di saper muoversi con grande disinvoltura tra generi e registri diversi. Noto al pubblico internazionale soprattutto per Uno scomodo testimone e per In ordine di sparizione — quest’ultimo poi rifatto in versione americana con Liam Neeson — Moland porta a San Sebastián Growth of the Soil, un titolo che rimanda direttamente al romanzo di Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920. Se l’adattamento è effettivamente ispirato all’opera del grande scrittore norvegese, ci troviamo di fronte a un progetto di enorme ambizione: Growth of the Soil è uno dei romanzi fondativi della letteratura scandinava, un affresco epico sulla vita rurale, sulla lotta dell’uomo con la natura, sul senso di appartenenza alla terra. Moland ha già dimostrato di sapere come trattare materiale nordico con rispetto e visione personale: sarà interessante vedere come interpreta questa sfida.

Benjamín Naishtat e ‘Glaxo’: l’Argentina in cerca di risposte

Benjamín Naishtat è uno dei registi argentini più interessanti della sua generazione. Con Rojo, presentato a Toronto nel 2018 e poi premiato in vari festival internazionali, aveva dimostrato una capacità rara di usare il cinema di genere come strumento di analisi politica e sociale, ambientando la storia nell’Argentina pre-dittatura degli anni Settanta con una precisione stilistica che lasciava senza fiato. Il suo nuovo film, Glaxo, porta un titolo che richiama immediatamente il mondo farmaceutico — Glaxo è il nome di una delle più grandi multinazionali del settore — e lascia immaginare un’esplorazione di temi legati alla medicina, al potere, forse alla dipendenza. Naishtat è il tipo di regista che non si accontenta mai della superficie delle cose, e il fatto che Glaxo sia in concorso al festival san sebastián 2026 è una promessa di cinema che fa domande scomode nel modo giusto.

Yeşim Ustaoğlu e ‘What Remains’: la Turchia e il peso della storia

Chiude il gruppo dei sette Yeşim Ustaoğlu, regista turca la cui filmografia è un percorso coraggioso attraverso le contraddizioni della società turca contemporanea. Con film come Viaggio verso il sole e Pandora’s Box, Ustaoğlu ha costruito un cinema che non ha paura di guardare in faccia le ferite storiche e sociali del suo paese, con una sensibilità che è al tempo stesso politica e profondamente umana. What Remains — “ciò che rimane” — è un titolo che suona come un testamento, come la domanda che ci si pone dopo che qualcosa di importante è finito o è stato perduto. In un momento storico in cui la Turchia attraversa trasformazioni rapide e spesso traumatiche, il cinema di Ustaoğlu ha una funzione che va oltre l’estetica: è memoria, resistenza, testimonianza. Averla in concorso è una scelta che dice molto delle ambizioni culturali del festival.

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Un concorso che guarda al mondo intero

Guardando la selezione nel suo complesso, emerge un quadro di straordinaria varietà geografica e stilistica. Cile, Gran Bretagna, Francia, Giappone, Norvegia, Argentina, Turchia: sette paesi, sette linguaggi cinematografici, sette modi diversi di raccontare il mondo. È esattamente questo che rende il concorso del festival san sebastián 2026 così stimolante: non una selezione costruita attorno a un’unica estetica dominante, ma un mosaico di sguardi che si interrogano sul presente da angolazioni diverse.

La Concha de Oro, alla fine, andrà a uno solo di questi film. Ma il vero valore di un concorso come questo non si misura solo nel vincitore: si misura nella conversazione che i film generano, nelle scoperte che il pubblico fa, nelle carriere che vengono consacrate o lanciate. San Sebastián ha una storia lunga e orgogliosa in questo senso, e la 74ª edizione sembra attrezzata per aggiungere un altro capitolo significativo a quella storia.

Per chi vuole seguire da vicino gli sviluppi della selezione e del programma completo, il sito ufficiale del festival — sansebastianfestival.com — è il punto di riferimento principale. Le notizie sulla lineup vengono aggiornate progressivamente, e nei prossimi mesi è probabile che si aggiungano altri titoli alla selezione ufficiale. Per chi invece vuole approfondire il contesto critico e le analisi dei film annunciati, Variety ha già pubblicato una copertura dettagliata della lineup.

Perché il festival di San Sebastián conta ancora, e forse più di prima

In un’epoca in cui il cinema d’autore fatica sempre di più a trovare spazio nelle sale, e in cui le piattaforme di streaming hanno ridisegnato le abitudini del pubblico, i festival internazionali come quello di San Sebastián svolgono una funzione che va ben oltre il tappeto rosso e le premiazioni. Sono luoghi in cui il cinema viene ancora trattato come un’esperienza collettiva, come un atto culturale che merita attenzione e discussione. Sono luoghi in cui un regista giapponese come Maha Harada può trovarsi sullo stesso palco di un veterano come Mike Leigh, e in cui entrambi vengono giudicati con gli stessi criteri: la qualità dell’opera, la forza dello sguardo, la capacità di dire qualcosa di vero sul mondo.

Il festival san sebastián 2026, con la sua selezione ambiziosa e geograficamente diversificata, conferma che questa funzione è ancora viva e necessaria. Dal 18 al 26 settembre, la città basca tornerà a essere il centro del cinema mondiale — non il più rumoroso, non il più glamour, ma forse il più sincero. E in fondo, per chi ama davvero il cinema, è esattamente quello che conta.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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Redazione Velvet

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