Se n’è andato a 98 anni uno degli uomini che hanno letteralmente costruito il cinema italiano come lo conosciamo. Fulvio Lucisano, fondatore di Italian International Film e protagonista indiscusso di oltre settant’anni di storia cinematografica del nostro Paese, ci ha lasciati nel 2026, portando con sé una memoria vivente che nessun archivio potrà mai restituire del tutto. Un produttore nel senso più nobile e completo del termine: non il burocrate che firma i contratti, ma l’artigiano visionario che crede in un film prima ancora che esista, che mette i propri soldi e il proprio nome su storie che sente urgenti, necessarie, degne di essere raccontate.
La notizia della sua scomparsa ha attraversato il mondo del cinema italiano come un’onda silenziosa ma profonda. Non è il tipo di notizia che produce clamore immediato, perché Lucisano non era un uomo da copertina nel senso pop del termine. Era qualcosa di più raro e prezioso: era un costruttore. E i costruttori, si sa, si notano di più quando non ci sono più.
Romano di nascita, con radici calabresi che ne hanno probabilmente plasmato il carattere tenace e la visione a lungo raggio, Fulvio Lucisano ha cominciato la sua avventura nel cinema in un’epoca in cui l’industria audiovisiva italiana stava ancora trovando la propria identità nel dopoguerra. Un’Italia che si rimboccava le maniche, che aveva fame di storie, di immagini, di sogni proiettati su uno schermo bianco.
Nel 1958 — anno cruciale, a metà del miracolo economico italiano — Lucisano fonda la Italian International Film (IIF), la società di produzione e distribuzione che diventerà il suo strumento principale per quasi sette decenni di attività. La scelta del nome è già un programma: “International” non è un vezzo anglofilo, ma una dichiarazione d’intenti. Lucisano vuole fare cinema che parli al mondo, che esporti il talento italiano oltre i confini nazionali, che sappia competere con le grandi produzioni straniere senza perdere la propria identità.
Fondare una società di produzione cinematografica nel 1958 significava scommettere su un mercato ancora in formazione, affrontare rischi finanziari enormi, costruire relazioni con distributori, esercenti, autori e attori in un ecosistema che stava cambiando forma di anno in anno. Lucisano lo fece con una determinazione che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera: senza cedere alla logica del colpo singolo, costruendo invece un catalogo, una reputazione, un marchio riconoscibile.
Parlare della carriera di Fulvio Lucisano significa attraversare decenni di cinema italiano con la consapevolezza che ogni titolo rappresenta una scelta, un rischio calcolato, una scommessa su un talento o su una storia. Tra i film prodotti da IIF, tre titoli in particolare ci restituiscono la misura della sua capacità di intercettare il gusto del pubblico senza mai rinunciare alla qualità.
Tra le produzioni verificate della sua carriera figura Ricomincio da tre, uno di quei film che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema comico italiano. Come ricorda Il Sole 24 Ore nel ripercorrere la carriera del produttore, questo titolo è parte integrante del catalogo IIF e testimonia la capacità di Lucisano di scegliere progetti destinati a diventare classici. Il film è rimasto nel cuore degli italiani come uno degli esempi più riusciti di commedia popolare capace di toccare corde autentiche, mescolando leggerezza e malinconia con una naturalezza disarmante.
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Un altro titolo che porta la firma produttiva di Lucisano è Il tassinaro, come riporta Rai News nel ripercorrere la sua eredità cinematografica. Un film che appartiene a quella tradizione tutta italiana della commedia popolare con ambizioni più profonde, capace di fotografare una società e i suoi umori attraverso il prisma di personaggi memorabili. La capacità di Lucisano di riconoscere in questi progetti non semplice intrattenimento ma vera e propria letteratura popolare è uno degli elementi che lo distinguono dai produttori puramente commerciali.
Ancora Rai News ricorda tra le produzioni di Lucisano Notte prima degli esami, il film che ha saputo parlare a una generazione di giovani italiani con una sincerità e un’energia che raramente si vedono nel cinema mainstream. Un titolo che dimostra come, anche in età avanzata, Lucisano mantenesse intatta la capacità di sentire il polso del pubblico, di capire quali storie meritavano di essere raccontate e quali no. Produrre un film rivolto ai giovani con questa autenticità non è mai scontato: richiede coraggio, umiltà e una curiosità verso il mondo che non si esaurisce con gli anni.
Nel 2009, l’industria cinematografica italiana ha deciso di rendere omaggio formale a Fulvio Lucisano con il David di Donatello alla carriera, il riconoscimento più prestigioso che il cinema italiano possa tributare a chi ha dedicato la propria vita a questo mestiere. Un premio alla carriera non è mai solo una medaglia: è un atto di riconoscimento collettivo, un modo per dire “grazie” a qualcuno che ha contribuito in modo determinante a costruire qualcosa di più grande di sé.
Il David di Donatello alla carriera arriva in genere quando un’intera industria si ferma a riflettere su chi ha reso possibile il proprio esistere. Nel caso di Lucisano, il riconoscimento era ampiamente meritato: oltre cinquant’anni di attività al momento del premio, un catalogo di film che attraversava generi, epoche e sensibilità diverse, una società di produzione che aveva saputo sopravvivere alle trasformazioni più radicali del mercato cinematografico. Dalla sala al VHS, dalla televisione al DVD, dalle piattaforme digitali allo streaming: Lucisano ha visto tutto, e ha saputo adattarsi senza perdere la propria identità.
Il premio arriva in un momento in cui il cinema italiano stava attraversando una delle sue fasi di maggiore incertezza, con le sale che faticavano a competere con la televisione e i nuovi media digitali che cominciavano a ridisegnare i confini dell’industria. In questo contesto, celebrare Lucisano significava anche riaffermare il valore di una tradizione produttiva che rischiava di essere dimenticata nell’inseguimento delle novità tecnologiche.
Per capire davvero l’eredità di Fulvio Lucisano bisogna capire cosa significhi fare il produttore nel cinema italiano, soprattutto in un’epoca in cui questa figura era ancora più centrale e rischiosa di quanto non lo sia oggi. Il produttore non era — e non è — semplicemente chi mette i soldi. È chi sceglie le storie, chi seleziona i registi, chi media tra le esigenze artistiche e quelle commerciali, chi porta un progetto dalla prima idea alla sala, affrontando ogni ostacolo con una combinazione di entusiasmo e pragmatismo che pochi mestieri richiedono in egual misura.
Lucisano ha esercitato questo mestiere per oltre settant’anni, il che significa che ha attraversato trasformazioni epocali del mercato cinematografico italiano. Ha vissuto il boom degli anni Sessanta, quando le sale erano piene e il cinema era il principale intrattenimento di massa. Ha navigato la crisi degli anni Ottanta, quando la televisione commerciale ha riscritto le regole del gioco. Ha affrontato l’avvento del digitale, che ha cambiato radicalmente i modelli di distribuzione e consumo. In tutto questo, ha mantenuto la bussola puntata su una cosa sola: fare film che valesse la pena vedere.
Fondare IIF nel 1958 e mantenerla operativa e credibile per quasi sette decenni è un’impresa che va al di là del semplice successo commerciale. Richiede una visione, una coerenza, una capacità di reinventarsi senza tradire la propria essenza. Queste sono le qualità che distinguono i grandi produttori da quelli che passano senza lasciare traccia.
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La scomparsa di Fulvio Lucisano apre inevitabilmente una riflessione su cosa rimanga di una carriera così lunga e così densa. La risposta più ovvia è il catalogo: i film che ha prodotto continuano a vivere, a essere visti, a formare le nuove generazioni di spettatori e cineasti. Ma l’eredità di un grande produttore va oltre i titoli.
Lucisano ha dimostrato che è possibile costruire un’impresa cinematografica italiana di lungo respiro, capace di resistere alle crisi e alle trasformazioni del mercato. In un’industria spesso accusata di vivere di sussidi pubblici e di non saper costruire strutture solide, IIF è stata per decenni un esempio di come si possa fare impresa nel cinema con una visione imprenditoriale autentica. Questo modello — la società di produzione fondata da un singolo visionario e portata avanti con coerenza per generazioni — è uno degli insegnamenti più preziosi che Lucisano lascia a chi viene dopo di lui.
C’è poi un’eredità più difficile da quantificare ma forse ancora più importante: quella culturale. I film che Lucisano ha scelto di produrre hanno contribuito a definire l’immaginario collettivo italiano, a raccontare chi siamo stati e chi siamo diventati. Dal cinema popolare degli anni Sessanta e Settanta alle commedie più recenti, passando per i drammi e i film di genere, il catalogo IIF è uno specchio fedele dell’Italia del secondo Novecento e dei primi anni del Duemila.
Una delle cose più straordinarie della storia di Fulvio Lucisano è la sua longevità professionale. Essere protagonisti del cinema italiano per oltre settant’anni non è solo una questione di sopravvivenza: richiede una passione che non si consuma, una curiosità intellettuale che rimane viva decennio dopo decennio, una capacità di adattamento che molti imprenditori, in qualsiasi settore, possono solo sognare.
Lucisano ha cominciato a lavorare nel cinema in un’epoca in cui le sale erano il cuore pulsante dell’intrattenimento di massa e ha continuato a produrre film quando lo streaming aveva già ridisegnato completamente il paesaggio mediatico. Ha visto nascere e morire tendenze, generi, mode cinematografiche. Ha visto attori diventare star e poi scomparire, registi affermarsi e poi declinare. E in tutto questo ha mantenuto la sua presenza, la sua voce, la sua capacità di dire “questo film vale la pena fare”.
Arrivare a 98 anni con una carriera così piena e così coerente è un privilegio raro. Ma è anche il risultato di scelte precise, di una dedizione totale a un mestiere che Lucisano ha sempre trattato con il massimo rispetto e con la massima serietà, senza mai cedere alla tentazione della facilità o del compromesso.
Con la morte di Fulvio Lucisano, il cinema italiano perde non solo un professionista straordinario ma un testimone diretto di un’era irripetibile. Era una delle ultime persone in vita ad avere una memoria personale e professionale che abbracciava l’intera storia del cinema italiano del dopoguerra, dalla ricostruzione al miracolo economico, dagli anni di piombo alla crisi degli anni Novanta, fino all’era digitale. Quella memoria — fatta di aneddoti, di decisioni prese in momenti cruciali, di incontri con autori e artisti che hanno fatto la storia — se ne va con lui.
Il David di Donatello alla carriera del 2009 e i settant’anni di attività con IIF sono i numeri di una carriera eccezionale. Ma la vera misura di Fulvio Lucisano è nei film che ha scelto di produrre, nelle storie che ha deciso meritavano di essere raccontate, nel contributo silenzioso e fondamentale che ha dato a un’industria che spesso fatica a riconoscere il valore di chi lavora dietro la macchina da presa. Il cinema italiano gli deve molto. E il modo migliore per onorare la sua memoria è continuare a fare, vedere e amare il cinema con la stessa passione che lui ha dimostrato per oltre sette decenni.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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