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Maggie Gyllenhaal presidente di giuria a Venezia 83: “Il cinema crea empatia nelle crisi”

C’è qualcosa di particolarmente significativo nel vedere Maggie Gyllenhaal salire sul palco del Lido di Venezia non come attrice o come regista, ma come presidente della giuria internazionale della 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Settembre 2026, e il festival più antico del mondo sceglie una delle voci più lucide e coraggiose del cinema contemporaneo per guidare la commissione che assegnerà il Leone d’Oro e gli altri premi ufficiali. Un segnale forte, in un momento storico in cui il cinema — e il suo potere — è più discusso che mai.

Una presidenza che arriva al momento giusto

Quando la Biennale di Venezia ha annunciato ufficialmente Gyllenhaal come presidente della giuria internazionale della mostra cinema Venezia 83, la notizia ha attraversato le redazioni di mezzo mondo con un’eco che andava ben oltre il semplice protocollo festivaliero. Non stiamo parlando di una scelta di facciata: Gyllenhaal porta con sé un bagaglio artistico e intellettuale che la rende una figura capace di leggere il cinema in profondità, di pesare un’opera non solo per la sua superficie visiva ma per ciò che dice — e per come lo dice — sul mondo che abitiamo.

La sua carriera è un percorso di scelte coraggiose e spesso controcorrente. Dalle prime apparizioni in film indipendenti fino ai ruoli in produzioni di grande respiro, Gyllenhaal ha sempre privilegiato la complessità dei personaggi rispetto alla comodità della notorietà facile. E poi c’è il salto dietro la macchina da presa: il suo debutto alla regia con The Lost Daughter, adattamento del romanzo di Elena Ferrante, ha dimostrato una maturità artistica fuori dal comune, capace di trasformare una storia intima e scomoda in un’esperienza cinematografica universale. Quel film ha parlato di maternità, di desiderio, di colpa, di libertà — e lo ha fatto senza mai alzare la voce, affidandosi alla potenza silenziosa dell’immagine e della performance.

È proprio questa sensibilità — quella di chi il cinema lo ha vissuto da dentro, da ogni angolazione possibile — che la rende una presidente di giuria di raro valore per la mostra cinema Venezia 83. Non una figura decorativa, ma una voce che ha qualcosa da dire e gli strumenti per dirlo.

Il cinema come strumento di empatia nelle crisi globali

Al centro delle riflessioni pubbliche che Gyllenhaal ha condiviso a Venezia c’è un tema che attraversa l’intera stagione culturale contemporanea: il rapporto tra il cinema e le crisi globali che segnano il nostro tempo. La sua posizione è netta, e per certi versi radicale nella sua semplicità: il cinema può creare empatia, e questa capacità non è un lusso estetico ma una necessità urgente in un mondo che sembra aver perso la bussola del riconoscimento reciproco.

Gyllenhaal ha discusso apertamente del ruolo che l’arte cinematografica può svolgere in un contesto di emergenza globale — crisi climatica, conflitti armati, polarizzazione politica, disuguaglianze crescenti. La sua tesi è che il cinema, quando è fatto con autenticità e con una vera attenzione all’altro, diventa uno spazio in cui lo spettatore può abitare temporaneamente una vita diversa dalla propria. Può sentire ciò che sente un rifugiato, una madre che ha perso un figlio, un lavoratore senza diritti, un adolescente che cresce in una società che non lo riconosce. E questa esperienza, per quanto mediata dallo schermo, lascia tracce reali nella psicologia e nella coscienza di chi guarda.

Non è una posizione nuova nella storia del pensiero cinematografico — da Sergej Ejzenštejn a Roberto Rossellini, da Ken Loach a Agnès Varda, l’idea che il cinema abbia una responsabilità etica nei confronti del reale è stata al centro di molte delle esperienze artistiche più significative del Novecento e oltre. Ma Gyllenhaal la riattualizza in un contesto specifico, quello del 2026, in cui le piattaforme di streaming hanno democratizzato l’accesso ai film ma hanno anche frammentato l’esperienza collettiva della visione, in cui l’intelligenza artificiale sta ridisegnando i confini della produzione audiovisiva, in cui la velocità dei social media rischia di consumare le immagini prima ancora che possano depositarsi nella memoria.

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In questo scenario, la mostra cinema Venezia 83 diventa qualcosa di più di un festival competitivo: è un presidio culturale, un luogo in cui si afferma che certe domande meritano tempo, attenzione, silenzio. E avere una presidente di giuria che articola con chiarezza questa visione è un fatto tutt’altro che irrilevante.

Cinema politico: quando nasce dall’empatia

Uno dei passaggi più interessanti del pensiero che Gyllenhaal ha espresso a Venezia riguarda il rapporto tra cinema, empatia e politica. La sua posizione, riportata da Cinecittà News, è che il cinema realizzato con empatia è sempre politico. Non nel senso stretto e spesso riduttivo del termine — non come propaganda, non come manifesto ideologico — ma nel senso più profondo e necessario: come atto che riguarda la polis, la comunità, il modo in cui gli esseri umani scelgono di stare insieme.

È una distinzione importante, e vale la pena esplorarla. Un film politico nel senso convenzionale può essere schematico, didascalico, capace di predicare ai già convertiti senza mai davvero disturbare le coscienze. Un film fatto con empatia, invece, può scardinare certezze proprio perché non impone una tesi ma apre una finestra su un’esperienza altrui. Ti chiede di stare lì, di guardare, di sentire — e poi ti lascia libero di trarre le tue conclusioni. Questa forma di rispetto per lo spettatore è, nella lettura di Gyllenhaal, intrinsecamente politica: perché afferma che ogni vita ha una dignità narrativa, che ogni storia merita di essere raccontata con cura.

Pensiamo a film come Parasite di Bong Joon-ho, che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2019 e poi l’Oscar come miglior film nel 2020: non è un pamphlet sulla lotta di classe, ma è uno dei film più politici degli ultimi vent’anni proprio perché ti fa vivere dall’interno le dinamiche di potere e disuguaglianza, senza mai smettere di essere un thriller avvincente e umanissimo. O Toni Erdmann di Maren Ade, che attraverso una commedia apparentemente bizzarra smonta con chirurgica precisione le contraddizioni del capitalismo contemporaneo e del rapporto padre-figlia. Sono film che fanno politica attraverso l’empatia — esattamente il tipo di cinema di cui parla Gyllenhaal.

Le donne nel cinema: una battaglia ancora aperta

Non si può parlare della presidenza di Gyllenhaal alla mostra cinema Venezia 83 senza affrontare il tema che lei stessa ha messo al centro della sua presenza pubblica al Lido: la rappresentanza femminile nell’industria cinematografica e le sfide persistenti che le donne continuano ad affrontare in questo settore.

Gyllenhaal ha affrontato il tema con la franchezza che la contraddistingue, riconoscendo che nonostante i progressi degli ultimi anni — progressi reali, ottenuti con fatica e determinazione — le disparità strutturali restano profonde. Non si tratta solo di quanti film siano diretti da donne (un dato che pure racconta molto), ma di un sistema più ampio che riguarda i finanziamenti, l’accesso alle posizioni di potere creativo, la visibilità critica, la distribuzione delle storie che vengono considerate degne di essere raccontate.

Il movimento MeToo, esploso nel 2017, ha aperto crepe importanti in una cultura dell’impunità che durava da decenni. Ma le crepe non sono crolli, e il rischio del riflusso — di una normalizzazione che rimetta tutto a posto come prima — è reale. Gyllenhaal lo sa bene, e la sua presenza come presidente di giuria a Venezia è anche un modo per tenere alta l’attenzione su questi temi, per ricordare che la parità non è un traguardo raggiunto ma un processo continuo che richiede vigilanza e azione.

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Vale la pena ricordare che la Mostra di Venezia ha una storia complessa su questo fronte. Per decenni, il Leone d’Oro è stato quasi esclusivamente appannaggio di registi uomini. La vittoria di Chloé Zhao con Nomadland nel 2020 è stata un momento storico, ma un singolo caso non fa sistema. La scelta di Gyllenhaal come presidente di giuria è un segnale che va nella direzione giusta — non basta, ma conta.

La giuria che assegnerà il Leone d’Oro

Sotto la guida di Gyllenhaal, la giuria internazionale della 83ª Mostra del Cinema di Venezia ha il compito di assegnare il Leone d’Oro per il miglior film e gli altri premi ufficiali del festival. È una responsabilità enorme, che richiede non solo competenza cinematografica ma anche la capacità di costruire un dialogo tra sensibilità diverse, di trovare un terreno comune tra visioni che possono essere molto distanti tra loro.

La storia dei festival è piena di giurie che hanno fatto scelte memorabili — e di altre che hanno suscitato polemiche durature. Venezia ha visto passare dal suo palco alcuni dei film più importanti della storia del cinema: da Rashōmon di Akira Kurosawa, che nel 1951 aprì l’Occidente al cinema giapponese, fino alle scelte più recenti che hanno consacrato autori e autrici destinati a segnare il decennio. Ogni Leone d’Oro è una dichiarazione di poetica, un modo di dire: questo è il cinema che conta, questa è la direzione in cui guardiamo.

Con Gyllenhaal alla presidenza, ci si può aspettare un’attenzione particolare a quei film che sanno coniugare rigore formale e urgenza tematica, che non si accontentano di essere belli ma vogliono essere necessari. Film che prendono sul serio la loro funzione di creare empatia — e che quindi, nella sua visione, sono inevitabilmente politici.

Venezia come specchio del cinema mondiale

La mostra cinema Venezia 83 si svolge in un momento in cui l’industria cinematografica globale è attraversata da trasformazioni profonde e spesso destabilizzanti. Lo streaming ha cambiato le abitudini di visione in modo irreversibile. L’intelligenza artificiale sta ponendo domande inedite sulla natura stessa della creatività e della paternità artistica. La crisi economica che ha colpito molte produzioni indipendenti ha ristretto gli spazi per il cinema di rischio, quello che non ha garanzie di pubblico ma che spesso è il più necessario.

In questo contesto, i grandi festival internazionali — Venezia, Cannes, Berlino — svolgono una funzione che va oltre la competizione e il glamour: sono luoghi in cui si negozia il valore del cinema, in cui si decide cosa merita attenzione e cosa no, in cui le voci più diverse del panorama mondiale hanno la possibilità di farsi sentire in modo amplificato. La presenza di una presidente di giuria come Gyllenhaal, che ha riflettuto pubblicamente sul ruolo dell’empatia e della responsabilità artistica, carica questa funzione di un significato ulteriore.

Il Lido di Venezia, in queste settimane di settembre 2026, è molto più di un red carpet e di proiezioni in sala. È un laboratorio in cui si discute — attraverso i film, attraverso le parole di chi li giudica, attraverso il confronto tra culture e sensibilità diverse — di come vogliamo raccontare il mondo e chi siamo disposti ad ascoltare. E la voce di Maggie Gyllenhaal, in questo laboratorio, è una delle più interessanti e necessarie che potessimo sperare di sentire.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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Redazione Velvet

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