C’è una scena che si ripete, di festival in festival, quando Paul Schrader porta un nuovo film sullo schermo: la sala che trattiene il fiato, poi applaude, poi si interroga su cosa abbia appena visto. È successo di nuovo al Lido di Venezia il 4 settembre 2026, quando The Basics of Philosophy ha debuttato fuori concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, strappando un’ovazione di quattro minuti e mezzo a una platea che, evidentemente, aveva riconosciuto in quel film qualcosa di scomodo e necessario. Paul Schrader torna a Venezia 2026 con la stessa ostinazione di sempre: scavare nell’anima umana finché non trova il nervo scoperto, e poi premere.
Per capire The Basics of Philosophy bisogna fare un passo indietro — anzi, bisogna fare quasi cinquant’anni di passi indietro, fino alla sceneggiatura di Taxi Driver. Schrader ha costruito l’intera sua carriera attorno a quello che lui stesso definisce il racconto del “man in a room”: l’uomo solo in una stanza, divorato da pensieri che non riesce a mettere a tacere, circondato da un senso di colpa che non trova assoluzione. È una formula che non è mai stata davvero una formula, perché ogni volta il regista la riempie di carne e sangue diversi, di biografie diverse, di peccati diversi.
Con The Basics of Philosophy, Schrader torna a questo schema narrativo con una storia che colpisce esattamente dove fa più male: il protagonista è un professore universitario costretto a confrontarsi con il suo passato di abusi sessuali. Non è un personaggio costruito per essere amato, né per essere semplicemente odiato. È un essere umano che ha fatto cose terribili e che adesso deve fare i conti con esse — e il cinema di Schrader non offre mai scorciatoie, né al personaggio né allo spettatore. Questo è il tipo di scommessa che solo i registi davvero coraggiosi sono disposti a fare, e che spiega perché il pubblico veneziano abbia risposto con quasi cinque minuti di applausi.
Il tema della colpa, nella filmografia schraderiana, non è un vezzo intellettuale né un’ossessione puramente autobiografica: è una lente attraverso cui guardare la condizione umana nella sua forma più irrisolta. Da American Gigolo a Mishima, da Light Sleeper a First Reformed, fino a The Card Counter, ogni film è una variazione sullo stesso tema di fondo: cosa succede quando un essere umano porta dentro di sé qualcosa che non riesce a confessare? Come cambia la percezione del mondo attorno a lui? Come si distorce il rapporto con gli altri?
Schrader sa scegliere i suoi attori con precisione chirurgica, e il cast di The Basics of Philosophy lo dimostra ancora una volta. Al centro di tutto c’è Jack Huston, nipote del leggendario John Huston, che interpreta il professore protagonista. Huston ha una qualità rara: riesce a trasmettere contemporaneamente fascino e fragilità, autorevolezza e marcescenza interiore. È il tipo di attore che Schrader ama mettere in scena, perché sa abitare il silenzio quanto il dialogo, e perché non ha paura di rendersi antipatico pur di essere autentico.
Accanto a lui c’è Sofia Boutella, attrice di origine algerina che negli ultimi anni si è imposta come uno dei talenti più versatili del cinema internazionale. La sua presenza in un film di Schrader è una notizia di per sé: Boutella ha dimostrato in più occasioni di saper portare sullo schermo una complessità emotiva che va ben oltre i ruoli d’azione che l’hanno resa famosa al grande pubblico. In The Basics of Philosophy si confronta con un materiale narrativo esigente, e le prime reazioni dal Lido suggeriscono che l’abbia fatto con la consueta intensità.
Bill Pullman, veterano del cinema americano con una carriera che attraversa quattro decenni, porta al film quella solidità caratteriale che certi ruoli richiedono. Pullman ha sempre avuto la capacità di incarnare figure che sembrano normali in superficie ma nascondono profondità inattese, e in un film di Schrader questa qualità diventa particolarmente preziosa. Completa il cast principale Daniel Zovatto, giovane attore che sta rapidamente guadagnando spazio nel cinema d’autore internazionale.
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E poi c’è Richard Gere, in un ruolo breve ma — si può immaginare — non privo di peso specifico. Il ritorno di Gere in un film di Schrader ha un sapore particolare: i due hanno collaborato in passato in modo memorabile, e anche un cameo in questo contesto porta con sé tutto il peso di quella storia condivisa. Non è una presenza decorativa: con Schrader, nessun attore è mai decorativo.
Per apprezzare pienamente quello che The Basics of Philosophy rappresenta nel 2026, vale la pena ripercorrere brevemente la traiettoria che Schrader ha tracciato nel corso di mezzo secolo di cinema. Tutto comincia, come già detto, con Taxi Driver — non come regista, ma come sceneggiatore. È lì che nasce il personaggio di Travis Bickle, l’uomo solo nella metropoli che scrive il suo disagio su un diario, che trasforma la colpa in violenza, che cerca una redenzione impossibile attraverso gesti estremi. Martin Scorsese porta quel testo sullo schermo nel 1976 con risultati che tutti conoscono, ma l’architettura emotiva del film è tutta schraderiana.
Schrader riprende quella struttura nel suo esordio alla regia con Blue Collar (1978), poi la raffina con Hardcore (1979), poi ancora con American Gigolo (1980) e così via, di decennio in decennio, sempre fedele all’idea che il cinema possa essere uno spazio di indagine morale autentica. Non è un cinema consolatorio. Non è un cinema che assolve. È un cinema che guarda in faccia le cose senza battere ciglio, e che chiede allo spettatore di fare lo stesso.
First Reformed (2017) ha rappresentato forse il punto più alto di questa ricerca: Ethan Hawke nei panni di un pastore protestante che perde la fede mentre il mondo brucia, con una scrittura asciutta e una messa in scena che ricordava Bresson e Dreyer. Il film ha riportato Schrader all’attenzione della critica internazionale con una forza che molti non si aspettavano da un regista che allora aveva già settant’anni. Poi è arrivato The Card Counter (2021), con Oscar Isaac, e di nuovo la stessa struttura: un uomo, un passato oscuro, una colpa che non si riesce a scrollarsi di dosso.
The Basics of Philosophy si inserisce in questa linea con la coerenza di chi non ha mai avuto bisogno di reinventarsi perché ha sempre saputo esattamente cosa voleva dire. La filosofia del titolo non è accademica: è la domanda di fondo che ogni film di Schrader pone allo spettatore. Cosa fai con ciò che hai fatto? Non c’è risposta facile. Non c’è risposta definitiva. C’è solo il film, e il disagio produttivo che lascia.
La presenza di The Basics of Philosophy nella sezione Fuori Concorso della Mostra di Venezia merita una riflessione. Fuori concorso non significa fuori dal dibattito: al contrario, spesso i film che scelgono — o vengono scelti per — questa collocazione sono quelli che la direzione artistica considera troppo importanti per rischiare di perdersi nella competizione, o troppo personali per essere valutati secondo i criteri di una giuria. Nel caso di Schrader, la scelta ha un senso preciso: il suo cinema non ha mai cercato il premio, ha cercato la conversazione.
E la conversazione, al Lido, è partita immediatamente. I quattro minuti e mezzo di applausi alla prima sono un segnale inequivocabile: il pubblico veneziano, che non è mai un pubblico qualunque, ha riconosciuto in The Basics of Philosophy qualcosa che vale la pena celebrare. Non necessariamente un film perfetto — Schrader stesso ha sempre diffidato della perfezione formale come fine a sé stessa — ma un film onesto, coraggioso, necessario.
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La Biennale di Venezia ha incluso il film nella programmazione ufficiale fuori concorso, confermando lo status del regista come uno dei punti di riferimento imprescindibili del cinema d’autore contemporaneo. A quasi ottant’anni, Paul Schrader non mostra segni di voler rallentare, né di voler ammorbidire il suo sguardo sul mondo.
Affrontare il tema degli abusi sessuali perpetrati da una figura di autorità — un professore, in questo caso — richiede una delicatezza e una fermezza che non tutti i registi sono in grado di garantire simultaneamente. Schrader ha dimostrato nel corso della sua carriera di saper stare su questo filo senza cadere né dalla parte del sensazionalismo né da quella dell’evasione morale. Il suo cinema non giustifica, ma non semplifica nemmeno.
In The Basics of Philosophy, il confronto del protagonista con il suo passato non viene presentato come un percorso di redenzione hollywoodiana. Schrader non crede nella redenzione facile — l’ha detto in mille modi diversi, in mille film diversi. Crede invece nel potere del confronto, nell’idea che guardare in faccia ciò che si è fatto sia già, di per sé, un atto di una certa importanza morale. Non sufficiente, forse. Ma necessario.
Questo è il tipo di cinema che fa male nel modo giusto. Che disturba non per compiacenza ma per onestà. Che usa la finzione per dire cose vere sulla realtà. E in un momento storico in cui il dibattito sugli abusi di potere e sulle responsabilità individuali è più acceso che mai, un film come The Basics of Philosophy arriva con un tempismo che non sembra casuale — anche se Schrader probabilmente direbbe che non è mai una questione di tempismo, ma sempre e solo di urgenza personale.
Il debutto veneziano è solo il primo atto. Dopo il Lido, The Basics of Philosophy dovrà trovare la sua strada verso le sale e, presumibilmente, verso le piattaforme streaming che negli ultimi anni hanno dimostrato interesse crescente per il cinema d’autore di qualità. Il cast — Huston, Boutella, Pullman, Zovatto e la presenza, anche se breve, di Richard Gere — garantisce al film un profilo internazionale sufficiente per ambire a una distribuzione ampia.
La risposta critica iniziale dal festival, con quegli applausi prolungati che raramente mentono sull’impatto emotivo di un’opera, suggerisce che il film abbia le qualità per fare il giro dei festival autunnali e invernali prima di approdare nelle sale. È il percorso naturale per un film di questa natura: costruire consenso progressivamente, trovare il suo pubblico attraverso il passaparola di chi il cinema lo prende sul serio.
Nel frattempo, Paul Schrader è già, con ogni probabilità, al lavoro sul prossimo progetto. È fatto così: non si ferma, non si riposa sugli allori, non concede a sé stesso il lusso della soddisfazione duratura. C’è sempre un altro uomo in un’altra stanza, con un’altra colpa da esaminare, un’altra verità scomoda da portare sullo schermo. E finché Schrader continuerà a farlo con questa lucidità e questa ostinazione, il cinema avrà ancora qualcosa di importante da dire su chi siamo e su cosa siamo capaci di fare — nel bene e nel male.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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