C’è un momento, nella storia del cinema d’autore giapponese, in cui l’urgenza morale di un regista si traduce in immagini capaci di bruciare la retina e la coscienza dello spettatore in un colpo solo. Shinya Tsukamoto è uno di quei cineasti che non ha mai smesso di inseguire quella fiamma: dalla carne che si fonde col metallo in Tetsuo: The Iron Man fino agli orrori della Seconda guerra mondiale in Fires on the Plain, il suo cinema è sempre stato un corpo a corpo con la violenza, con la colpa, con ciò che la guerra fa all’anima degli uomini. E adesso, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 83, Tsukamoto torna in concorso con un’opera che porta la domanda più scomoda direttamente nel titolo: Mr. Nelson, Did You Kill People? — ovvero, signor Nelson, ha ucciso delle persone?
Pochi titoli nella storia recente del cinema d’autore hanno la capacità di essere, al tempo stesso, una provocazione, un’accusa e una confessione. Mr. Nelson, Did You Kill People? funziona così: non aspetta che tu ti sieda in sala per cominciare a interrogarti. Lo fa già mentre compri il biglietto, già mentre leggi il programma del festival. È un titolo che pesa, che ha la struttura sintattica di un interrogatorio e la forza morale di un atto d’accusa. Tsukamoto lo sa benissimo, e non è un caso che abbia scelto questa formulazione per il suo film più recente.
Il soggetto è Allen Nelson, un marine afroamericano inviato in Vietnam nel 1966, la cui storia è diventata prima una memoria vissuta, poi un libro, poi — adesso — un film in concorso per il Leone d’Oro. Nelson non è un personaggio di finzione: è un uomo reale, un veterano e attivista che ha portato sulle proprie spalle il peso del disturbo post-traumatico da stress — il PTSD — come una cicatrice invisibile ma devastante. Tsukamoto ha costruito il suo film a partire dalle memorie di Nelson, trasformando una testimonianza personale in un’indagine cinematografica sull’identità, sulla colpa e su ciò che la guerra lascia dentro chi l’ha attraversata e sopravvissuta.
Per capire davvero la portata di Mr. Nelson, Did You Kill People?, bisogna fermarsi un momento su chi fosse Allen Nelson e perché la sua vicenda abbia così tanta forza narrativa e politica. Nelson era un giovane uomo afroamericano quando fu arruolato nei Marines e spedito in Vietnam nel 1966, in piena escalation del conflitto. Era uno dei tanti soldati neri che combatterono per una nazione che, in quegli stessi anni, li trattava come cittadini di seconda classe — una contraddizione storica enorme, che ha attraversato tutta la letteratura e il cinema sulla guerra del Vietnam senza mai esaurirsi del tutto.
Tornato in patria, Nelson non trovò né gloria né pace. Come migliaia di altri veterani, si scontrò con il PTSD, un disturbo che all’epoca non aveva ancora un nome ufficialmente riconosciuto e che la società americana tendeva a ignorare o a stigmatizzare. La sua risposta fu quella dell’attivismo: Nelson divenne una voce pubblica contro la guerra, contro il militarismo, contro il sistema che aveva mandato lui e i suoi compagni a morire — o a uccidere — in una giungla dall’altra parte del mondo. Le sue memorie, da cui Tsukamoto ha tratto il film, sono il tentativo di mettere in parole ciò che le parole faticano a contenere: la colpa di chi sopravvive, la vergogna di chi ha obbedito agli ordini, la rabbia di chi si è sentito usato da un sistema più grande di lui.
È questa complessità — morale, politica, psicologica — che rende la storia di Nelson così fertile per un regista come Tsukamoto. Non si tratta di un racconto eroico sulla guerra, né di una semplice denuncia. È qualcosa di più scomodo: un’esplorazione di come la violenza istituzionalizzata trasformi gli esseri umani, di come un uomo ordinario possa ritrovarsi a fare cose che non avrebbe mai immaginato di fare, e di come poi debba convivere con quelle azioni per il resto della vita.
👉 Leggi anche: Venezia 83: i film sulla colpa e la redenzione di Schrader e Tsukamoto
Per comprendere pienamente Mr. Nelson, Did You Kill People? è fondamentale inquadrarlo all’interno del progetto artistico più ampio di cui fa parte. Questo film, infatti, è l’ultimo pannello di un trittico che Tsukamoto ha costruito attorno a una domanda ossessiva: come il Novecento ha trasformato uomini ordinari in assassini? Un’interrogazione che, formulata così, suona quasi filosofica, ma che nel cinema di Tsukamoto diventa carne, sangue, rumore, trauma.
Il trittico rappresenta uno dei progetti più ambiziosi e coerenti del cinema d’autore giapponese degli ultimi anni. Tsukamoto non è un regista che lavora per episodi scollegati: ogni suo film è un tassello di un discorso più lungo, di una riflessione che si costruisce nel tempo e che guadagna profondità proprio grazie alla prospettiva d’insieme. Con i primi due pannelli del trittico, il regista aveva già esplorato come la guerra moderna — e in particolare il conflitto del Pacifico nel contesto della Seconda guerra mondiale — avesse spezzato e ridefinito l’identità maschile giapponese. Con Mr. Nelson, Did You Kill People?, Tsukamoto allarga lo sguardo oltre i confini nazionali e culturali, abbracciando la prospettiva di un soldato afroamericano in Vietnam, e dimostrando che la domanda al centro del suo trittico non appartiene a una nazione sola, ma all’intera umanità del XX secolo.
Questa scelta è già di per sé un gesto politico e artistico significativo. Tsukamoto, regista giapponese, sceglie di raccontare la storia di un uomo nero americano per parlare di guerra, di colpa e di violenza. È un atto di empatia radicale, ma anche di lucidità storica: il Vietnam è stato uno dei conflitti più fotografati, filmati e raccontati della storia moderna, eppure le voci dei soldati afroamericani — che pure combatterono in numero sproporzionato rispetto alla loro quota nella popolazione — sono rimaste spesso ai margini della narrazione dominante.
La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è da sempre il festival che meglio sa ospitare il cinema che non chiede il permesso di disturbare. La selezione in concorso di Mr. Nelson, Did You Kill People? alla sua 83ª edizione, nel settembre 2026, non è una sorpresa per chi conosce la storia del rapporto tra Tsukamoto e il Lido: il regista ha già portato i suoi film a Venezia in passato, e la Mostra ha sempre dimostrato di avere un occhio particolare per il suo cinema visionario e scomodo.
Competere per il Leone d’Oro significa misurarsi con il meglio del cinema mondiale in un momento in cui i festival tornano ad avere un peso specifico enorme nel dibattito culturale globale. Venezia 83 si conferma come uno dei luoghi in cui il cinema d’autore trova ancora spazio per esistere e per fare rumore — nel senso migliore del termine. E un film come Mr. Nelson, Did You Kill People? è esattamente il tipo di opera che un festival come Venezia dovrebbe accogliere: difficile, necessario, capace di generare conversazione e disagio in egual misura.
La premiere mondiale al Lido ha già acceso il dibattito critico attorno al film. Le prime reazioni confermano che Tsukamoto non ha cambiato rotta: il suo approccio rimane quello di un cineasta che non concede sconti allo spettatore, che non edulcora né semplifica, che preferisce l’onestà scomoda alla narrativa consolatoria. Mr. Nelson, Did You Kill People? è un film che chiede molto a chi lo guarda — chiede attenzione, disponibilità al disagio, volontà di stare dentro una storia che non si risolve facilmente e che non offre catarsi a buon mercato.
👉 Leggi anche: Paul Schrader torna a Venezia con The Basics of Philosophy: il senso di colpa non invecchia
Uno degli aspetti più potenti della storia di Allen Nelson — e, di conseguenza, del film di Tsukamoto — è il modo in cui il PTSD viene rappresentato non come una condizione medica astratta, ma come un’esperienza vissuta nel corpo, nella mente, nel tempo. Il disturbo post-traumatico da stress è, per definizione, una guerra che continua dopo la guerra: i suoi sintomi — i flashback, gli incubi, l’iperarousal, l’evitamento — sono il modo in cui il sistema nervoso cerca di elaborare esperienze che la mente cosciente non riesce a integrare.
Per un regista come Tsukamoto, che ha sempre usato il corpo come territorio cinematografico privilegiato — dalla trasformazione fisica di Tetsuo alle mutilazioni di Fires on the Plain — il PTSD è un soggetto quasi naturale. È una condizione che abita il confine tra interno ed esterno, tra passato e presente, tra ciò che è reale e ciò che è ricordato o immaginato. È, in altri termini, esattamente il tipo di esperienza che il cinema — con la sua capacità di manipolare il tempo, lo spazio e la percezione — può raccontare in modi che la letteratura e il giornalismo faticano a raggiungere.
La domanda del titolo — Mr. Nelson, Did You Kill People? — risuona in questo contesto in modo ancora più acuto. Non è solo una domanda sulla guerra: è una domanda sull’identità, su chi si è diventati, su come si possa continuare a vivere sapendo ciò che si è fatto o ciò a cui si è assistito. È la domanda che ogni veterano porta con sé, spesso in silenzio, spesso senza trovare interlocutori disposti ad ascoltare davvero la risposta.
Parlare del cinema di Shinya Tsukamoto senza parlare della sua dimensione politica sarebbe un errore. Tsukamoto non è un regista di genere che usa la violenza per intrattenere: è un autore che usa la violenza per interrogare, per denunciare, per costringere lo spettatore a fare i conti con ciò che preferirebbe non vedere. Il suo è un cinema che nasce da una posizione morale precisa — quella di chi crede che l’arte abbia il dovere di testimoniare e di disturbare — e che non ha mai cercato la via del compromesso commerciale.
In questo senso, Mr. Nelson, Did You Kill People? si inserisce in una tradizione cinematografica che va da Francis Ford Coppola con Apocalypse Now a Oliver Stone con Platoon, passando per il cinema asiatico che ha esplorato le conseguenze della guerra sul corpo sociale e individuale. Ma Tsukamoto porta a questa tradizione uno sguardo radicalmente diverso: non è americano, non ha combattuto in Vietnam, non appartiene alla cultura che ha generato quel conflitto. Il suo è lo sguardo di un outsider che sceglie di entrare nella storia altrui con rispetto e con rigore, usando gli strumenti del cinema per costruire un ponte tra esperienze apparentemente lontane.
Il fatto che il film chiuda un trittico dedicato a come il Novecento ha prodotto violenza su scala industriale è, in fondo, la chiave di lettura più onesta per avvicinarsi a Mr. Nelson, Did You Kill People?: non è un film su Allen Nelson soltanto, né sulla guerra del Vietnam soltanto. È un film sull’umanità — su ciò che siamo capaci di fare gli uni agli altri quando le istituzioni ci chiedono di farlo, e su ciò che rimane di noi quando tutto è finito. Tsukamoto porta questa domanda a Venezia nel 2026, e il solo fatto che il titolo risuoni ancora con tanta forza dice tutto su quanto quella domanda sia ancora, dolorosamente, attuale. Per sapere come risponde il film, non resta che leggere le prime reazioni della critica internazionale e, soprattutto, trovare il modo di vederlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
Il documentario sulla reunion tour 2025 degli Oasis arriva in Fuori Concorso a Venezia 83…
Robert Pattinson interpreta Chris Hansen nel film Primetime di Lance Oppenheim, presentato in anteprima mondiale…
Maggie Gyllenhaal guida la giuria della 83ª Mostra del Cinema di Venezia 2026. Scopri il…
Cédric Kahn presenta a Venezia 83 il film 15/18 (A Place To Heal), uno studio…
Jean-Paul Rappeneau, il regista francese autore di Cyrano de Bergerac e vincitore di dieci César,…
Paul Schrader torna a Venezia 2026 con The Basics of Philosophy, fuori concorso alla 83ª…