C’è un momento, in certi film, in cui tutto si allinea: il soggetto giusto, il regista giusto, l’attore giusto, e la platea giusta. Primetime, il nuovo thriller firmato da Lance Oppenheim e prodotto da A24, sembra incarnare esattamente quella congiunzione astrale. Con Robert Pattinson nei panni del celebre giornalista televisivo Chris Hansen — il volto di To Catch a Predator su Dateline NBC — il film ha fatto il suo ingresso nel mondo il 5 settembre 2026 alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, raccogliendo sette minuti di applausi scroscianti e aprendo un dibattito che va ben oltre i confini del Lido. Per chi segue da anni il percorso di Pattinson come attore d’autore, e per chi ricorda con un brivido la voce ferma di Hansen che sussurrava “You see how this looks, right?”, questo è il film da primetime film robert pattinson che non ci si poteva permettere di perdere.
Per capire perché Primetime abbia già fatto parlare di sé prima ancora di uscire nelle sale, bisogna tornare a uno dei fenomeni televisivi più discussi degli ultimi vent’anni. Chris Hansen, oggi 66 anni, è un giornalista di Dateline NBC che ha costruito la propria carriera su un format tanto semplice quanto devastante: tendere trappole a potenziali predatori sessuali di minori, documentare gli incontri e confrontarli in diretta davanti alle telecamere. Il segmento To Catch a Predator è diventato un caso culturale, un oggetto di studio sociologico e mediatico, e — inevitabilmente — un terreno fertile per interrogativi etici profondi sul confine tra giornalismo investigativo e spettacolarizzazione della giustizia.
La battuta “You see how this looks, right?” è entrata nell’immaginario collettivo americano con la stessa forza di certi slogan pubblicitari: semplice, diretta, capace di congelare chiunque la senta. Hansen ha vinto 10 Emmy Awards nel corso della sua carriera televisiva, un riconoscimento che racconta la portata del suo impatto sul panorama mediatico statunitense. Ma il successo ha sempre portato con sé ombre: le domande sull’etica delle operazioni, il rapporto tra la pressione dello show business e la tutela reale delle vittime, la linea sottile tra il giustiziere televisivo e il produttore di contenuti sensazionalistici. Sono tutte domande che Primetime sembra voler esplorare senza risposte facili.
Dietro la macchina da presa di Primetime c’è Lance Oppenheim, un regista che ha già dimostrato di non avere paura dei soggetti complessi. La scelta di dramatizzare il segmento di Dateline NBC dedicato alla caccia ai potenziali predatori di minori non è una mossa di marketing: è una dichiarazione d’intenti. Oppenheim non si limita a raccontare le operazioni di Hansen come un semplice thriller procedurale, ma scava nella macchina televisiva che le rendeva possibili, nelle dinamiche di potere tra giornalismo, intrattenimento e opinione pubblica.
Produrre un film del genere con A24 alle spalle significa anche avere una garanzia di approccio: la casa di produzione e distribuzione americana, nota per titoli come Moonlight, Hereditary e Everything Everywhere All at Once, non è certo avvezza ai prodotti di consumo rapido. A24 ha una filosofia precisa — investire in storie che disturbano, interrogano, restano. E Primetime si inserisce perfettamente in questa traiettoria, portando sullo schermo una storia vera che ancora oggi divide l’opinione pubblica americana.
Il fatto che il film sia stato selezionato per la Mostra del Cinema di Venezia come anteprima mondiale non è un dettaglio secondario. Venezia 83 ha confermato ancora una volta il suo ruolo di bussola per il cinema d’autore internazionale, e la presenza di Primetime in questa cornice dice molto sulla serietà con cui il progetto è stato concepito e accolto dalla critica specializzata.
Parlare del primetime film Robert Pattinson significa inevitabilmente parlare di una delle traiettorie attoriali più affascinanti del cinema contemporaneo. Chi avesse scommesso, ai tempi di Twilight, che Pattinson sarebbe diventato uno degli attori più coraggiosi e ricercati della sua generazione, avrebbe probabilmente raccolto qualche sorriso scettico. Eppure è esattamente quello che è successo.
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Dopo la saga dei vampiri, Pattinson ha scelto con chirurgica precisione i suoi progetti: Cosmopolis di David Cronenberg, The Rover di David Michôd, Good Time dei fratelli Safdie — che lo ha consacrato definitivamente come attore capace di abitare personaggi moralmente ambigui con un’intensità rara — poi The Lighthouse di Robert Eggers, Tenet di Christopher Nolan, e The Batman di Matt Reeves. Ogni scelta ha aggiunto un tassello a un mosaico sempre più complesso e sorprendente.
Interpretare Chris Hansen rappresenta per Pattinson una sfida di natura diversa rispetto ai personaggi di finzione: qui c’è una persona reale, ancora viva, con una storia pubblica documentata e con opinioni precise su come quella storia debba essere raccontata. Non è la prima volta che un attore affronta questo tipo di pressione — basti pensare alle interpretazioni biografiche che animano ogni stagione dei premi cinematografici — ma raramente il soggetto del film ha espresso così apertamente le proprie riserve prima ancora della premiere mondiale.
Pattinson, in merito alla reazione di Hansen, ha dichiarato con una semplicità disarmante: “I hope he likes the movie”. Tre parole che racchiudono tutto: la speranza, il rispetto per il soggetto, e forse anche una certa consapevolezza che il film potrebbe non essere esattamente quello che Hansen avrebbe voluto vedere su se stesso.
La sera del 5 settembre 2026, la sala del Palazzo del Cinema al Lido di Venezia ha vissuto uno di quei momenti che restano impressi nella memoria di chi li vive dal vivo. Al termine della proiezione di Primetime, il pubblico si è alzato in piedi per una standing ovation di sette minuti: un risultato che, nel contesto della Mostra del Cinema, pesa come un verdetto.
Tra il pubblico c’era anche Suki Waterhouse, che durante la standing ovation ha baciato Pattinson in un momento catturato dalle fotografie e immediatamente diventato virale. Ma al di là del momento romantico, quello che conta è il segnale che quella sala ha mandato al mondo del cinema: Primetime non è solo un film ben fatto, è un film che colpisce, che emoziona, che lascia il segno.
Venezia, si sa, non è solo una vetrina: è un laboratorio. I film che passano per il Lido vengono radiografati dalla critica internazionale con un’attenzione che poche altre manifestazioni possono vantare. E quando una sala si alza per sette minuti, non lo fa per cortesia o per abitudine: lo fa perché qualcosa di vero è accaduto sullo schermo.
Non tutto, però, scorre liscio intorno a Primetime. Chris Hansen ha sollevato pubblicamente domande sui motivi di Hollywood dietro il film, esprimendo una diffidenza che è comprensibile quanto rivelatrice. Quando qualcuno decide di raccontare la tua vita — o anche solo una parte di essa — senza che tu abbia avuto il controllo narrativo su quella storia, la reazione più naturale è la guardia alzata.
Hansen è un professionista dei media: sa meglio di chiunque altro come le storie vengano costruite, come le immagini possano essere usate per supportare una tesi piuttosto che un’altra, come il montaggio e la sceneggiatura possano trasformare un eroe in un antieroe e viceversa. Le sue domande sui motivi di Hollywood non sono il capriccio di una persona ferita nell’orgoglio: sono le domande legittime di chi conosce il mestiere dall’interno.
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Eppure, c’è qualcosa di paradossalmente cinematografico in questa situazione. Un uomo che ha costruito la propria carriera sull’arte del confronto — entrare in una stanza, sedersi di fronte a qualcuno che non si aspettava di vederlo, e porre le domande scomode — si trova ora nella posizione opposta: è lui il soggetto, è lui quello che deve rispondere. E la domanda implicita che Primetime sembra porgli è la stessa che lui ha posto a tanti altri: “You see how this looks, right?”
La firma di A24 su Primetime merita una riflessione a parte. Negli ultimi anni, A24 è diventata qualcosa di più di una casa di produzione: è un marchio di qualità riconoscibile, un segnale che il progetto in questione ha superato un filtro selettivo e ambizioso. Non è un caso che i film A24 tornino regolarmente nelle conversazioni sui premi, nelle liste dei critici, nelle discussioni delle cinefili più esigenti.
Portare Primetime sotto questa etichetta significa anche assumersi una responsabilità precisa: quella di trattare un soggetto delicato — la caccia ai predatori sessuali, il giornalismo televisivo, la spettacolarizzazione della giustizia — con la profondità che merita, senza scivolare nella facile denuncia né nella glorificazione acritica. È un equilibrio difficile, e la standing ovation veneziana suggerisce che Oppenheim e il suo cast ci siano riusciti.
Il modello A24, del resto, si è sempre basato su una premessa semplice: fidarsi dei cineasti. Dare a registi come Ari Aster, Robert Eggers, o i fratelli Safdie — con cui Pattinson ha già collaborato — la libertà di raccontare storie difficili nel modo in cui ritengono più onesto. Lance Oppenheim sembra aver ricevuto lo stesso trattamento, e il risultato parla da solo.
C’è un livello di lettura di Primetime che va oltre la storia di Chris Hansen e supera anche la performance di Robert Pattinson, per quanto straordinaria possa essere. È il livello che riguarda noi come spettatori, come consumatori di media, come persone che per anni hanno guardato To Catch a Predator con una morbosa soddisfazione, convinte di stare dalla parte giusta.
Il primetime film Robert Pattinson che Oppenheim ha costruito è, in fondo, anche un film su di noi: su come la televisione abbia imparato a confezionare la giustizia come intrattenimento, su come il format dello show possa condizionare le nostre percezioni di colpevolezza e innocenza, su come la linea tra il giornalismo investigativo e il reality show sia sempre stata più sottile di quanto volessimo ammettere. Hansen ha vinto 10 Emmy Awards perché il pubblico voleva guardare. E il pubblico guardava perché qualcuno aveva capito come renderlo irresistibile.
Queste domande non hanno risposte semplici, e un buon film non dovrebbe averle. Dovrebbe invece creare lo spazio in cui quelle domande possano risuonare, disturbando lo spettatore quanto basta per farlo riflettere ancora dopo che i titoli di coda sono finiti. Stando all’accoglienza veneziana, Primetime quel compito lo assolve con autorevolezza.
Dopo il trionfo sul Lido, gli occhi del cinema internazionale sono puntati su Primetime in attesa di capire quando e dove il film arriverà nelle sale e sulle piattaforme. Con A24 alla distribuzione e un’anteprima mondiale da sette minuti di standing ovation documentati da Variety, le aspettative sono altissime. Robert Pattinson ha detto che spera che Hansen apprezzi il film: chiunque abbia visto cosa questo attore è capace di fare quando sceglie bene i suoi progetti, ha ogni ragione per sperare che anche il diretto interessato, alla fine, trovi in quelle immagini qualcosa di vero.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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