C’è qualcosa di raro e prezioso nell’opera prima di un regista che porta sullo schermo un universo culturale preciso, vissuto dall’interno: Brwa Vahabpour, cineasta di origini curdo-norvegesi, fa esattamente questo con Mio zio Jens, il suo lungometraggio d’esordio alla regia, arrivato nelle sale italiane il 1° ottobre 2026 distribuito da Cineclub Internazionale Distribuzione. Un film che nasce da un incontro — tra culture, tra generazioni, tra silenzi che pesano più delle parole — e che già dal titolo promette qualcosa di intimo e insieme universale.
Parlare del mio zio Jens film significa prima di tutto parlare di Vahabpour, perché questo è il suo debutto da lungometraggistadue parole che, nel cinema, portano sempre con sé un carico specifico di attesa e di rischio. Debuttare con un’opera personale, ancorata a una geografia umana e geografica ben definita come quella curdo-norvegese, è una scelta coraggiosa. Non si tratta di un film “di genere” che può appoggiarsi a formule collaudate: è una storia di relazioni familiari, di distanze accumulate nel tempo, di sospetti che nascono quando qualcuno di cui si era persa ogni traccia bussa improvvisamente alla porta.
Vahabpour porta con sé uno sguardo doppio, quello di chi appartiene a due mondi e li conosce entrambi senza appartenere del tutto a nessuno dei due. Questa condizione — che molti registi della diaspora hanno trasformato in forza narrativa — diventa in Mio zio Jens il motore di una storia che si svolge tra Oslo e l’eco lontana del Kurdistan iraniano. Non è un dettaglio da poco: scegliere di ambientare il punto di partenza di un dramma familiare in quella specifica regione del mondo significa portare sullo schermo un contesto che il cinema italiano e quello europeo mainstream raramente frequentano con questa profondità.
Al centro di Mio zio Jens c’è Akam, un giovane insegnante di letteratura che vive a Oslo. La sua vita scorre con la quiete ordinata di chi ha costruito una routine solida — lavoro, appartamento, distanza controllata dal passato. Poi arriva Khdr, lo zio che viene dal Kurdistan iraniano dopo un lungo periodo di contatto perduto, di silenzio, di assenza che non è mai stata del tutto spiegata.
Quello che doveva essere un soggiorno temporaneo si allunga oltre ogni previsione. L’appartamento condiviso diventa un campo di forze: due uomini, due generazioni, due modi di stare al mondo che si scontrano nell’intimità forzata della convivenza. E man mano che i giorni passano, Akam comincia a sospettare che dietro la visita dello zio ci siano motivazioni più profonde di quanto Khdr voglia ammettere. Il film costruisce la sua tensione proprio qui, in questo spazio di dubbio: cosa nasconde davvero Khdr? Cosa porta con sé da quel Kurdistan lontano che Akam conosce solo come eco di famiglia?
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È una struttura narrativa apparentemente semplice — due persone, un appartamento, un segreto — ma è esattamente il tipo di economia drammatica che, nelle mani giuste, produce cinema di grande intensità. La letteratura che Akam insegna ai suoi studenti diventa quasi una chiave di lettura del film stesso: le storie che leggiamo ci aiutano a capire quelle che viviamo, anche quando non vogliamo farlo.
Una delle ragioni per cui il mio zio Jens film merita attenzione va cercata proprio nella sua specificità culturale. Il Kurdistan iraniano è una regione che raramente trova spazio nel cinema europeo contemporaneo, e quando lo trova è spesso filtrato attraverso la lente del reportage o del documentario politico. Vahabpour sceglie invece la strada del dramma familiare, del racconto intimo, e in questo modo riesce a portare quella realtà geografica e umana all’interno di una storia che parla a chiunque abbia mai vissuto il ritorno di qualcuno che si credeva perduto.
La Norvegia, d’altra parte, è uno dei paesi europei con la più significativa presenza di comunità curde. Oslo non è uno sfondo neutro: è una città che conosce bene la complessità delle identità migranti, la fatica di costruire una vita nuova senza dimenticare quella vecchia, la tensione tra integrazione e memoria. Vahabpour conosce questo territorio dall’interno, e si vede.
Il cinema scandinavo ha una lunga tradizione di dramma psicologico sobrio, capace di trovare il dramma nelle pieghe della quotidianità. Mio zio Jens sembra dialogare con quella tradizione pur portando dentro di sé qualcosa di diverso, una sensibilità che viene da altrove, che non si accontenta del freddo nordico ma cerca il calore — e il fuoco — delle storie di famiglia curde.
Non è casuale che a portare Mio zio Jens nelle sale italiane sia Cineclub Internazionale Distribuzione, realtà che ha costruito la sua identità proprio attorno a un cinema d’autore lontano dai circuiti mainstream, capace di intercettare opere prime e voci nuove prima che diventino nomi da festival. La scelta di distribuire il film d’esordio di Vahabpour in Italia racconta qualcosa anche del momento che stiamo vivendo: c’è una fame crescente di storie che vengano da prospettive non ancora consumate, da angoli del mondo che il cinema commerciale ignora.
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Per chi frequenta le sale con spirito curioso, il passaggio di Mio zio Jens è uno di quegli appuntamenti da segnare. Non perché il film sia già consacrato dalla critica — sarebbe prematuro dirlo — ma perché il tipo di cinema che promette è esattamente quello che vale la pena sostenere: personale, preciso, radicato in un’identità autentica.
Il mio zio Jens film arriva in un momento in cui il cinema italiano e europeo sta riscoprendo il valore delle opere prime, di quegli esordi che portano in sala sguardi ancora non addomesticati dall’industria. Vahabpour non è un nome che si è fatto su decine di cortometraggi festivalieri prima di arrivare al lungometraggio: questo è il suo momento di presentarsi al grande pubblico, e farlo con una storia così personale è una scommessa che merita rispetto.
La struttura del film — un dramma da camera, fondamentalmente, con pochi personaggi e uno spazio ristretto — è anche una garanzia di concentrazione narrativa. Non ci sono distrazioni spettacolari: c’è Akam, c’è Khdr, c’è il peso di ciò che non viene detto. Per chi ama il cinema che lavora per sottrazione, che trova la tensione nel non detto piuttosto che nell’esplicitato, Mio zio Jens ha tutte le premesse per essere una piccola rivelazione di stagione.
Per chi volesse approfondire il film prima o dopo la visione, Cinema4Stelle offre una recensione dettagliata che vale la lettura.
Mettetevi comodi, dunque, e cercate una sala che lo proietti: il debutto di Brwa Vahabpour è uno di quei film che il cinema indipendente distribuisce con cura proprio perché sa che il pubblico giusto, quando lo trova, non se ne dimentica facilmente.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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