Arriva in sala il primo ottobre 2026 uno dei titoli più attesi della stagione cinematografica autunnale: Un Po’ di Luce, sesto lungometraggio del regista iraniano Ali Asgari, già passato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un film che nasce in condizioni estreme, porta sullo schermo una storia di dolore e umanità, e arriva nelle sale italiane grazie a Zoe Films, la casa di produzione che ha creduto nel progetto fin dall’inizio. Mettetevi comodi: c’è molto da raccontare.
Il titolo non è casuale, e non è neanche semplice poesia. Un Po’ di Luce — il film — racconta la storia di un medico iraniano che, dopo essere stato arrestato e aver visto chiudere la propria clinica, perde ogni fiducia nel futuro e decide di togliersi la vita. Ma prima di farlo, sceglie di trascorrere un ultimo giorno visitando i propri familiari, uno per uno. È una struttura narrativa che ricorda certi capolavori del cinema dell’estremo commiato — quel cinema che non ha paura di guardare in faccia la fine — eppure la regia di Asgari trasforma questa discesa nell’oscurità in qualcosa di più complesso, stratificato, persino tenero.
Il protagonista è interpretato da Misagh Zareh, attore iraniano di grande spessore, capace di portare sullo schermo quella particolare forma di dolore silenzioso che non urla, non si sfoga, ma consuma dall’interno. Al suo fianco, il cast comprende Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad, Ramtin Daghigh e Mina Rahimzadeh: un ensemble che restituisce la densità emotiva di un film costruito su relazioni familiari, su rancori vecchi e affetti mai del tutto spenti.
La sceneggiatura è firmata da Ali Asgari insieme a Shadmehr Rastin, nome tutt’altro che secondario nel panorama del cinema iraniano contemporaneo: Rastin è stato nominato all’Oscar per la sceneggiatura di A Simple Incident di Jafar Panahi, uno dei registi più importanti e perseguitati del cinema mondiale. La presenza di Rastin al fianco di Asgari non è un dettaglio da poco — è la garanzia di una scrittura che sa come costruire personaggi veri, situazioni credibili, dialoghi che non spiegano mai troppo.
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Per capire Un Po’ di Luce, bisogna conoscere almeno un po’ il percorso di Ali Asgari. Siamo di fronte a un autore che ha costruito la propria carriera con una coerenza rara, film dopo film, senza mai cedere alle lusinghe di un cinema più commerciale o compiacente. Un Po’ di Luce è il suo sesto lungometraggio, e arriva dopo opere come Divine Comedy e Kafka a Teheran, titoli che già nel nome portano il peso di una tradizione culturale enorme — quella del kafkiano senso di oppressione burocratica e quella della commedia umana nel senso più dantesco del termine.
Asgari è un regista che conosce bene il significato di fare cinema in condizioni avverse. Non è una metafora: Un Po’ di Luce è stato girato in circostanze particolarmente difficili, con l’inizio di una guerra sullo sfondo e la minaccia continua di bombardamenti. Girare un film mentre attorno a te il mondo crolla non è solo una sfida logistica — è un atto di resistenza culturale, un modo di affermare che le storie contano, che il cinema conta, anche e soprattutto quando tutto sembra perduto. Questa tensione tra la fragilità della vita e la necessità di raccontarla si sente in ogni fotogramma del film, e dà all’opera una urgenza che pochi titoli riescono a trasmettere.
Il legame di Asgari con il cinema italiano non è nuovo né superficiale. La scelta di Zoe Films come produttore italiano del progetto inserisce Un Po’ di Luce in una tradizione di co-produzioni che ha permesso a molti autori del cinema mediorientale e asiatico di trovare spazio e visibilità nel circuito europeo. L’Italia, con la sua storia di grande cinema d’autore, è spesso un interlocutore naturale per registi che fanno del rigore stilistico e della profondità tematica i propri marchi di fabbrica.
Prima di arrivare nelle sale, Un Po’ di Luce ha percorso la strada maestra del cinema d’autore internazionale: la selezione in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Non si tratta di un dettaglio promozionale, ma di un fatto che dice molto sulla qualità percepita del film da parte di una delle giurie selezionatrici più esigenti al mondo. La Mostra di Venezia è, insieme a Cannes e Berlino, uno dei tre grandi festival che definiscono il panorama del cinema d’autore globale, e la sezione in concorso è riservata a quei titoli che ambiscono a lasciare il segno — non solo nella stagione, ma nella storia del cinema.
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Presentare un film a Venezia significa sottoporlo allo sguardo critico dei giornalisti, dei critici e degli addetti ai lavori di tutto il mondo. Significa anche aprire un dialogo con il pubblico della laguna, che è tra i più attenti e preparati che esistano. Il fatto che Un Po’ di Luce abbia percorso questo cammino prima di approdare nelle sale italiane il primo ottobre 2026 è un segnale importante: questo non è un film di consumo rapido, è un’opera che chiede e merita attenzione.
Il cinema iraniano ha una tradizione straordinaria nel raccontare la complessità della vita quotidiana attraverso storie apparentemente semplici. Da Abbas Kiarostami a Asghar Farhadi, passando per lo stesso Panahi, i grandi autori iraniani hanno dimostrato che il minimalismo narrativo può contenere universi interi. Un Po’ di Luce si inserisce in questa tradizione con la consapevolezza di chi la conosce dall’interno, ma con uno sguardo personale e riconoscibile.
La trama — un uomo che decide di morire e passa il suo ultimo giorno tra i familiari — potrebbe sembrare deprimente, e sarebbe disonesto negare che il film affronti temi pesanti. Ma il cinema che conta non ha paura di guardare dove fa male. La struttura del “giorno finale” permette ad Asgari di costruire una serie di incontri, ognuno dei quali è un piccolo ritratto umano, una finestra su relazioni complicate, su amore e delusione, su quello che rimane quando si toglie via tutto il superfluo. È esattamente il tipo di cinema che lascia qualcosa — non una risposta, ma una domanda che continua a risuonare.
La presenza di Misagh Zareh nel ruolo del protagonista è un altro motivo concreto per andare in sala. Zareh è un attore capace di comunicare moltissimo con pochissimo, e in un film costruito sulla sottrazione e sul silenzio, questa capacità è fondamentale. Ogni scena con lui è un equilibrio delicato tra quello che viene detto e quello che viene tenuto nascosto — e in questo equilibrio si gioca tutta la tensione emotiva del film.
Per chi segue il cinema d’autore internazionale, Un Po’ di Luce è uno degli appuntamenti imperdibili di questa stagione autunnale. Per chi si avvicina per la prima volta al cinema iraniano, può essere una porta d’ingresso straordinaria verso un universo cinematografico ricchissimo. Trovate tutte le informazioni sulle sale e gli orari su ComingSoon.it. Non lasciatevi scappare l’occasione di vedere sul grande schermo un film che è stato fatto con coraggio vero — quello di chi racconta storie difficili anche quando il mondo attorno crolla.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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