C’è qualcosa di straordinariamente potente nell’idea che un giocattolo possa custodire un sogno. Non il sogno del bambino che lo stringe tra le mani, ma il sogno dell’oggetto stesso — una vita interiore silenziosa, fatta di legno, colori e immaginazione. È attorno a questa domanda radicale e poetica che ruota La vita segreta dei giocattoli, il docufilm scritto e diretto da Alexandra D’Onofrio e Sara Zavarise, prodotto da ZaLab Film con il sostegno della Regione Emilia-Romagna, che arriva nelle sale italiane a partire da lunedì 5 ottobre 2026. Un’opera che promette di essere molto più di un ritratto nostalgico: un viaggio attraverso l’Italia, l’infanzia, l’artigianato e le grandi domande sul mondo che lasciamo ai bambini.
Il cuore pulsante del film è Roberto Papetti, descritto come uno degli ultimi e più celebri maestri costruttori di giocattoli in Italia. Non è una definizione banale: Papetti rappresenta una figura quasi in via di estinzione, un artigiano che ha dedicato la propria vita a un mestiere antichissimo, capace di trasformare materiali semplici in oggetti capaci di accendere l’immaginazione dei più piccoli. In un’epoca dominata dalla produzione industriale di massa, dalla plastica monouso e dai giocattoli elettronici con batterie incluse, la figura di un maestro come Papetti assume una valenza quasi simbolica.
Il docufilm lo segue in un percorso che attraversa l’Italia insieme ai bambini, costruendo un dialogo intergenerazionale raro e prezioso. Non si tratta di una semplice intervista o di un documentario biografico nel senso classico del termine: le registe hanno scelto di mettere in moto un viaggio, fisico e metaforico, in cui le mani di un artigiano anziano incontrano gli occhi curiosi di chi sta ancora imparando a leggere il mondo. È in questo incontro che il film trova la sua forza narrativa più autentica.
La scelta di D’Onofrio e Zavarise di affidare la propria storia a un protagonista così specifico — un volto, un nome, una biografia concreta — è tutt’altro che casuale. Il documentario contemporaneo italiano ha imparato, negli ultimi anni, che le grandi questioni si raccontano meglio attraverso i dettagli umani: non i dati statistici sul declino dell’artigianato, ma le mani di un uomo che costruisce un cavallino di legno. Non i report sull’inquinamento da plastica, ma un bambino che scopre come si ricicla un materiale di scarto per farne qualcosa di bello.
Sarebbe un errore liquidare La vita segreta dei giocattoli come un film “per bambini” o come una celebrazione romantica del passato. I temi che il docufilm affronta sono urgenti e contemporanei: pace, ecologia, riciclo e critica al consumismo. Sono parole grandi, certo, ma il film sembra scegliere di trattarle attraverso la lente del gioco e dell’immaginazione — un approccio che può rivelarsi molto più efficace di qualsiasi pamphlet militante.
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Il concetto centrale attorno a cui il film è costruito — cosa succederebbe se i giocattoli fossero gli unici oggetti capaci di sognare? — non è una semplice trovata poetica. È una domanda filosofica che ribalta il nostro rapporto con gli oggetti, con il consumo, con il valore che attribuiamo alle cose. In un mercato globale in cui i giocattoli vengono prodotti in milioni di esemplari identici, spesso smaltiti dopo poche settimane, l’idea che ogni oggetto possa avere una vita interiore, una storia, un sogno, è una sfida radicale al modello dominante.
L’ecologia, in questo contesto, non è un tema aggiunto per compiacere le tendenze del momento: è intrinseca alla visione artigianale che il film celebra. Un giocattolo costruito a mano, con materiali naturali o riciclati, è per definizione un oggetto che si oppone alla logica del usa-e-getta. E il riciclo, nel film, diventa anche metafora: riciclare materiali significa riconoscere che le cose hanno un valore che va oltre il loro uso immediato, proprio come i sogni dei giocattoli di Papetti vanno oltre il momento del gioco.
Prima di arrivare al grande pubblico, La vita segreta dei giocattoli ha già avuto la sua consacrazione nel circuito dei festival. Il 6 giugno 2026, il docufilm ha debuttato in prima mondiale al 22° Biografilm Festival, la rassegna bolognese dedicata al cinema biografico e documentaristico che negli anni ha saputo costruirsi una reputazione solida a livello internazionale. Un debutto importante, che ha permesso al film di farsi conoscere dalla critica e dagli addetti ai lavori prima di intraprendere il percorso nelle sale.
La distribuzione cinematografica, a partire dal 5 ottobre 2026, segue una logica che riflette bene la natura del progetto: non un’uscita nazionale massiccia su centinaia di schermi, ma un rilascio progressivo e curato, città per città. Le prime piazze coinvolte sono Mantova, Bergamo, Venezia, Napoli, Padova, Brescia, Firenze e Pisa. A seguire, l’espansione verso Milano, Roma e Palermo. Una distribuzione che privilegia il contatto diretto con il pubblico rispetto alla saturazione degli schermi.
Particolarmente significativa è la presenza, durante le proiezioni, delle stesse autrici D’Onofrio e Zavarise insieme al protagonista Roberto Papetti. Questo tipo di distribuzione “accompagnata” è sempre più rara nel cinema contemporaneo, e trasforma ogni proiezione in un evento: non solo la visione di un film, ma un’occasione di dialogo diretto tra chi ha fatto il documentario e chi lo guarda. Per un film che parla di artigianato, di trasmissione del sapere e di incontro tra generazioni, questa scelta ha una coerenza quasi poetica.
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A Bergamo, per esempio, la proiezione è prevista per martedì 6 ottobre 2026 al cinema Conca Verde: una delle prime tappe del tour, con ogni probabilità accompagnata dalla presenza del team del film. Per chi si trova in una delle città coinvolte nella prima fase di distribuzione, è un’occasione da non perdere.
Non è un dettaglio trascurabile che a produrre il film sia ZaLab Film, una delle realtà produttive più rispettate nel panorama del documentario italiano. ZaLab ha costruito negli anni una reputazione solida grazie a progetti capaci di coniugare rigore autoriale e capacità di raggiungere un pubblico ampio, spesso affrontando temi sociali e culturali con uno sguardo attento e non conformista. Il supporto della Regione Emilia-Romagna completa un quadro produttivo che parla di un cinema radicato nel territorio ma con ambizioni che guardano oltre i confini regionali.
Per chi volesse seguire il percorso del film nelle sale e consultare le date aggiornate, il sito di riferimento è Cinema Italiano Info, che raccoglie le informazioni sulla distribuzione in modo puntuale.
In un’offerta cinematografica autunnale che tende a concentrarsi su blockbuster e franchise, La vita segreta dei giocattoli rappresenta qualcosa di diverso: un’opera che sceglie la lentezza, la cura, il dettaglio artigianale anche nella forma del racconto. Non è un film che punta agli effetti speciali o ai colpi di scena narrativi. Punta invece a qualcosa di più difficile da ottenere: la capacità di far vedere il mondo con occhi nuovi, di restituire valore a ciò che la frenesia del consumo ha reso invisibile.
Il fatto che le autrici abbiano scelto di mettere al centro un bambino — anzi, i bambini, in un viaggio collettivo attraverso l’Italia — non è un espediente sentimentale. È una scelta di campo: guardare il mondo con la stessa apertura e meraviglia con cui un bambino guarda un giocattolo costruito a mano è un atto politico, prima ancora che estetico. E Roberto Papetti, con le sue mani e la sua storia, è il tramite perfetto tra quella meraviglia e il pubblico adulto che ha dimenticato com’è fatta.
La vita segreta dei giocattoli arriva nelle sale in un momento in cui il cinema documentario italiano sta attraversando una stagione particolarmente fertile, capace di attrarre pubblico e attenzione critica. Questo film, con la sua delicatezza e la sua ambizione tematica, ha tutte le carte in regola per diventare uno dei titoli più discussi della stagione autunnale — e forse uno di quelli che restano, dopo la visione, a lavorare sotterraneamente, proprio come i sogni di un giocattolo di legno posato su uno scaffale.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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