C’è qualcosa di quasi paradossale nel fatto che un esordio cinematografico arrivi nelle sale con già addosso l’etichetta di film scomodo, capace di dividere: Punk State, opera prima di Loris Di Pasquale, sbarca al cinema il 14 ottobre 2026 e si presenta come uno dei titoli italiani più attesi e discussi di questo autunno. Settantatré minuti, formato panoramico 2.35:1, un cast tutto al femminile — con l’eccezione di Simone Zambelli — e una sinossi che da sola vale il biglietto: sette ospiti convocati per un’esibizione esclusiva in un teatro remoto, ignari di essere loro stessi lo spettacolo. Mettetevi comodi, perché questo punk state film merita tutta l’attenzione che può ricevere.
Fare il proprio primo film è sempre un atto di coraggio. Farlo con una storia tanto spiazzante, costruita su un meccanismo che ribalta il rapporto tra osservatore e osservato, è qualcosa di più: è una dichiarazione di poetica. Loris Di Pasquale firma sceneggiatura e regia di Punk State, e già da questa doppia firma si capisce che non siamo di fronte a un autore disposto a delegare la propria visione. L’opera prima è sempre uno specchio: racconta chi sei, dove vuoi andare, cosa ti spaventa e cosa ti affascina. In questo caso, lo specchio sembra puntato direttamente sul pubblico.
Il film ha debuttato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2026, nella sezione Esordi, che da decenni rappresenta uno degli osservatori più attenti del cinema italiano nascente. Pesaro non è Venezia, non ha il tappeto rosso del Lido né i riflettori internazionali del Festival di Cannes, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: una vocazione autentica alla scoperta, la capacità di riconoscere un talento prima che diventi rumore di fondo. Che Punk State abbia trovato casa proprio lì, nella sezione dedicata agli esordi, è già di per sé un segnale forte.
Sette ospiti. Un teatro remoto. Un’esibizione esclusiva. Fin qui, potrebbe sembrare la premessa di un thriller elegante, quasi da camera. Ma il colpo di scena è tutto nel rovesciamento: i sette non sono spettatori, sono lo spettacolo. Non lo sanno. O forse, in qualche modo, lo intuiscono e scelgono di ignorarlo.
Questo tipo di struttura narrativa ha radici profonde nella storia del cinema e del teatro d’avanguardia. Pensiamo al concetto di teatro della crudeltà di Antonin Artaud, all’idea che la scena debba aggredire il pubblico, togliergli la distanza rassicurante della finzione. O, in chiave più contemporanea, ai giochi metacinematografici di autori come Michael Haneke, dove lo spettatore viene continuamente smascherato nel suo voyeurismo. Punk State sembra muoversi su questo terreno scivoloso, quello in cui guardare significa anche essere visti, in cui partecipare a uno spettacolo significa accettare di diventarne parte.
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Il titolo stesso è una dichiarazione: punk come attitudine, come rifiuto delle regole, come volontà di disturbare; state come stato delle cose, condizione, ma anche stato nel senso politico — una struttura di potere che osserva, classifica, giudica. Il punk state film di Di Pasquale sembra voler interrogare proprio questo: chi ha il potere in una sala? Chi guarda chi? E soprattutto, a chi appartiene davvero lo sguardo?
Uno degli aspetti più interessanti di Punk State è la composizione del cast. Alma Noce, Alessia Bellotto, Elisabetta De Vito e Daphne Scoccia sono le protagoniste femminili di un film che, già dalla sua struttura, mette al centro corpi, sguardi e presenze fisiche in modo tutt’altro che decorativo. A loro si affianca Simone Zambelli, unica presenza maschile accreditata nel cast.
Daphne Scoccia è probabilmente il nome più noto al grande pubblico del cinema italiano d’autore: la sua carriera ha già dimostrato una capacità di abitare personaggi complessi con una naturalezza rara. Vederla in un contesto così radicale come quello di Punk State è una delle ragioni in più per non perdere questo appuntamento. Ma anche le altre interpreti portano con sé una freschezza e un’energia che il cinema italiano ha bisogno di valorizzare: nomi nuovi, facce nuove, storie nuove.
In un panorama cinematografico che troppo spesso tende a ricorrere agli stessi volti rassicuranti, la scelta di Di Pasquale di costruire il proprio esordio attorno a un ensemble così composito è essa stessa un gesto punk. Non cercare la rete di sicurezza del nome famoso, ma affidarsi alla qualità pura delle interpretazioni: un rischio calcolato, quello di un regista che evidentemente sa quello che vuole.
La durata di Punk State — 73 minuti — è un dato che dice molto sull’approccio del film. In un’epoca in cui le produzioni tendono ad allungarsi, in cui le serie streaming ci hanno abituati a maratone di ore, scegliere di raccontare una storia in poco più di un’ora è una scelta precisa. Non c’è spazio per il grasso, per le scene di raccordo inutili, per i dialoghi che riempiono senza costruire. Ogni minuto deve guadagnarsi il proprio posto.
Il formato panoramico 2.35:1 — il cosiddetto cinemascope — aggiunge un ulteriore livello di riflessione. È il formato del grande cinema, quello delle epopee di David Lean, dei western di Sergio Leone, ma anche di certe opere d’autore contemporanee che usano la larghezza dell’inquadratura per creare spazio vuoto, silenzio visivo, tensione. In un film ambientato in un teatro, dove la scena è per definizione uno spazio delimitato e codificato, il 2.35:1 crea una dialettica interessante tra il confinamento della storia e l’apertura dello sguardo cinematografico.
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Il film ha ricevuto una classificazione 14+, segnale che i contenuti non sono adatti a un pubblico troppo giovane — un altro indizio sulla natura potenzialmente perturbante del materiale trattato.
La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è una delle manifestazioni più longeve e rispettate del panorama festivaliero italiano. Nata nel 1965 per volontà di Lino Miccichè e Bruno Torri, ha sempre avuto una vocazione esplicitamente politica e culturale: non il cinema come intrattenimento, ma il cinema come strumento di conoscenza e trasformazione. Nel corso dei decenni ha ospitato anteprime e retrospettive di autori che poi sarebbero diventati fondamentali — da Bernardo Bertolucci a Marco Bellocchio, passando per nomi internazionali che in Italia trovavano uno dei pochi spazi di visibilità disponibili.
Che Punk State abbia debuttato proprio a Pesaro, nella sezione Esordi, significa che il film ha convinto una selezione severa e attenta. Non è un riconoscimento da poco. È il tipo di validazione che nel mondo del cinema indipendente italiano vale più di molti premi: significa che qualcuno, con competenza e storia alle spalle, ha guardato questo punk state film e ha deciso che meritava di essere visto. La scheda ufficiale del film su Film Italia conferma tutti i dati tecnici e la presenza in festival.
C’è una ragione fondamentale per cui un film come Punk State va visto al cinema e non aspettato su una piattaforma streaming: la sua stessa natura tematica lo richiede. Un film che parla di spettatori ignari di essere osservati, che mette in scena il meccanismo dello sguardo e del potere, funziona in modo completamente diverso se vissuto in una sala buia, circondati da altri spettatori, tutti inconsapevolmente parte dello stesso dispositivo che il film sta smontando.
Guardare Punk State da soli, sul divano, con il telefono a portata di mano, sarebbe quasi un tradimento della sua logica interna. La sala cinematografica è il luogo in cui lo spettatore accetta di cedere temporaneamente il controllo, di affidarsi a qualcuno che ha deciso cosa mostrare e come. È esattamente la condizione in cui si trovano i sette protagonisti del film. Entrare in sala per vedere questo punk state film significa, in qualche misura, diventare anche noi parte dello spettacolo.
Loris Di Pasquale ha costruito il suo esordio come una trappola elegante, con 73 minuti di cinema che promettono di non lasciare indifferenti. Il 14 ottobre è già oggi: non c’è motivo per rimandare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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