C’è qualcosa di profondamente europeo nel raccontare un disfacimento familiare attraverso il finestrino di un’automobile, con il paesaggio svizzero che scorre sullo sfondo e il silenzio che pesa più delle parole. Eurotrash, il nuovo film diretto da Frauke Finsterwalder, porta sul grande schermo uno dei romanzi più discussi degli ultimi anni, firmato da Christian Kracht, e lo fa con la lucidità di chi conosce quella storia dall’interno — perché Finsterwalder è la moglie di Kracht e ha co-scritto la sceneggiatura insieme a lui. Un eurotrash film, nel senso più letterale e cinematograficamente ricco del termine: un viaggio on the road che è anche una discesa negli abissi del disagio contemporaneo.
Pubblicato nel 2021, il romanzo Eurotrash di Christian Kracht è un’opera che ha fatto parlare di sé per la sua capacità di mescolare autobiografia romanzata, critica sociale e una malinconia feroce che non chiede mai il permesso di farsi sentire. Il libro segue un figlio — il protagonista si chiama Philipp — che accompagna la propria madre in un viaggio attraverso la Svizzera. Non è un viaggio di piacere: è il tipo di viaggio che si intraprende quando non si sa più come stare fermi, quando la realtà di casa è diventata insostenibile e il movimento sembra l’unico modo per tenere a bada qualcosa che non ha nome.
La madre di Philipp è dipendente dall’alcol e dai psicofarmaci, ed è gravemente malata. Il figlio, scrittore, si ritrova a fare da guida, da custode, da testimone di un declino che è anche il suo — perché certe storie familiari si portano dentro anche quando si cerca di raccontarle dall’esterno. Kracht ha costruito un testo che è insieme confessione e romanzo di formazione tardiva, e Finsterwalder ha avuto la sfida — e il privilegio — di trasformarlo in immagini senza tradirne l’anima.
Il nome di Frauke Finsterwalder non è nuovo al cinema europeo di qualità. La regista tedesca aveva già dimostrato il suo sguardo con Finsterworld, opera prima che aveva messo in luce una sensibilità rara per i meccanismi di oppressione sociale e per i personaggi che vivono ai margini di un sistema che non li comprende. Con Eurotrash, Finsterwalder fa un passo ulteriore: si confronta con un materiale narrativo che la riguarda in modo diretto — sia come artista sia come persona vicina all’autore del romanzo — e lo fa senza compiacenza né distanza protettiva.
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Co-scrivere la sceneggiatura insieme a Christian Kracht significa aver negoziato ogni scena, ogni dialogo, ogni silenziosa ellissi tra ciò che il romanzo dice e ciò che il cinema può mostrare. È un processo che richiede fiducia reciproca e una visione condivisa: il rischio è sempre quello di appiattire la complessità letteraria in illustrazione, oppure di tradire il testo per inseguire un’autonomia visiva fine a se stessa. Dai risultati che emergono, Finsterwalder sembra aver trovato un equilibrio autentico.
Il road movie è uno dei generi più codificati della storia del cinema, nato negli Stati Uniti con tutta la mitologia della Route 66 e della libertà come orizzonte sempre raggiungibile. Usarlo per raccontare una storia europea — e specificamente svizzera — è già di per sé un gesto critico. La Svizzera, con la sua reputazione di ordine, neutralità e benessere, diventa in Eurotrash uno sfondo paradossale per una storia di disgregazione e dipendenza. Il paesaggio pulito e ordinato contrasta con il caos interiore dei protagonisti, e questo contrasto non è decorativo: è strutturale.
Philipp e sua madre non cercano la libertà nel viaggio. Cercano qualcos’altro — forse una forma di congedo, forse solo il tempo di stare insieme in un modo che la vita quotidiana non ha mai permesso. La malattia della madre, la sua dipendenza dall’alcol e dai psicofarmaci, trasforma ogni tappa del percorso in una piccola crisi da gestire. Il figlio scrittore osserva, annota mentalmente, si sente in colpa e insieme incapace di cambiare qualcosa. È una dinamica che molti spettatori riconosceranno, anche senza aver vissuto esattamente quella storia.
Questo è il cuore del progetto: trasformare una vicenda molto personale — quasi autobiografica nella fonte letteraria — in qualcosa di universalmente riconoscibile. Il disagio contemporaneo, la disgregazione familiare, il senso di impotenza di fronte alla malattia di chi si ama: sono temi che attraversano le generazioni e le geografie, e che il formato del road movie permette di esplorare con una libertà narrativa che il film sfrutta appieno.
Presentato nell’ambito della Festa del Cinema di Roma 2026, Eurotrash arriva in Concorso in un momento in cui il cinema europeo d’autore sta attraversando una fase di rinnovato interesse per le storie di crisi intima e familiare. Non è un caso: dopo anni di cinema dominato dagli effetti speciali e dalle grandi produzioni seriali, c’è una fame crescente di film che parlino all’individuo, che non abbiano paura del silenzio e della complessità emotiva.
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Il film si inserisce in una tradizione consolidata di cinema tedesco ed europeo che sa guardare in faccia la scomodità senza cercare risoluzioni facili. Finsterwalder non è il tipo di regista che offre catarsi a buon mercato: il suo cinema chiede allo spettatore di restare con il disagio, di non cercare la via d’uscita troppo in fretta. Per chi ha letto il romanzo di Kracht, sarà interessante verificare come questa tensione si traduce in immagini e montaggio. Per chi non lo conosce, Eurotrash può essere un ottimo punto di ingresso — un eurotrash film che usa il genere per smontarlo dall’interno.
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In un panorama cinematografico sempre più affollato di adattamenti, Eurotrash si distingue per alcune ragioni precise. Prima di tutto, la qualità della fonte letteraria: il romanzo di Christian Kracht è un’opera che ha già dimostrato di avere qualcosa da dire, e la sua trasposizione è nelle mani di chi lo conosce profondamente. Secondo, la scelta di non addolcire la storia: la dipendenza, la malattia terminale, il rapporto difficile tra madre e figlio adulto sono trattati con onestà, senza sentimentalismo gratuito.
Terzo — e forse più importante — c’è la specificità geografica e culturale. Un eurotrash film ambientato in Svizzera, con tutto il peso simbolico che quel paese porta con sé, è già una proposta originale. Quando a questo si aggiunge una regia che sa usare il paesaggio come personaggio e non come sfondo, il risultato può essere qualcosa di davvero memorabile.
Frauke Finsterwalder ha dimostrato con Finsterworld di saper costruire mondi cinematografici coerenti e disturbanti. Con Eurotrash si misura con una storia più personale e con un romanzo già amato da molti lettori: la sfida è alta, ma la regista sembra avere tutti gli strumenti per affrontarla. Mettetevi comodi — questo è il tipo di film che non vi lascerà indifferenti.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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