C'è un titolo che risuona come una sentenza storpiata, come la giustizia stessa quando viene meno a sé stessa: Zustìssia , parola sarda che traduce — e ins
C’è un titolo che risuona come una sentenza storpiata, come la giustizia stessa quando viene meno a sé stessa: Zustìssia, parola sarda che traduce — e insieme deforma — quel concetto di giustizia che per Beniamino Zuncheddu ha significato trentatré anni di carcere da innocente. Il film diretto da Francesco Piras, uscito nelle sale italiane il 15 ottobre 2026, non è soltanto la cronaca di un errore giudiziario: è un atto d’accusa, un ritratto umano, un’opera prima che si porta sulle spalle il peso specifico della storia vera più scomoda del sistema penale italiano del dopoguerra.
Nel 1991, Beniamino Zuncheddu viene condannato all’ergastolo per un triplice omicidio che non ha commesso. Da quel momento in poi, la sua vita si ferma — o meglio, continua a scorrere dentro quattro mura mentre fuori il mondo cambia, i governi si avvicendano, la tecnologia trasforma ogni cosa, e lui resta lì, a protestare la propria innocenza in un vuoto che per decenni non trova ascolto. Trentatré anni: il record assoluto, il più lungo errore giudiziario della storia italiana. Non una statistica astratta, ma una vita intera sottratta a un uomo che aveva detto la verità fin dal primo giorno.
La vicenda di Zuncheddu era già stata raccontata nel libro Io sono innocente, scritto da Mauro Trogu e dallo stesso Beniamino Zuncheddu e pubblicato da De Agostini Libri: un documento prezioso, che ha contribuito a portare la storia fuori dai corridoi delle aule di tribunale e dentro la coscienza pubblica. Da quelle pagine nasce il film, con una sceneggiatura firmata da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, due voci del cinema italiano contemporaneo capaci di trasformare la materia documentale in dramma cinematografico senza tradire la verità dei fatti.
Il zustìssia film non si limita a ripercorrere le tappe processuali: scava nelle radici di un sistema che può sbagliare, che può ignorare, che può — e in questo caso lo ha fatto — sacrificare una persona per decenni senza che nessuno paghi davvero il prezzo di quell’errore. È una scelta narrativa coraggiosa, che distingue questo lavoro dalla semplice ricostruzione giornalistica.
Parlare di esordio alla regia quando si affronta un materiale così denso è già di per sé una notizia. Francesco Piras non sceglie una storia di genere per il suo debutto, non opta per la commedia o per un dramma familiare a basso rischio: si butta a capofitto nella vicenda più controversa e dolorosa della cronaca giudiziaria italiana recente. E lo fa con una consapevolezza visiva e narrativa che raramente si trova nelle opere prime.
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Il cinema civile italiano ha una tradizione nobile — da Salvatore Giuliano di Francesco Rosi fino a Gomorra di Matteo Garrone, passando per i film di Marco Bellocchio — e Zustìssia si inserisce in questo solco con rispetto e ambizione. Piras sa che il pericolo principale quando si racconta una storia vera è quello di ridurla a illustrazione, di trasformare persone reali in simboli. La sceneggiatura di Sultan e Gentili lo aiuta a evitare questa trappola: i personaggi respirano, hanno contraddizioni, momenti di debolezza e di forza autentica.
La regia sceglie una misura sobria, senza compiacenze estetiche che sarebbero parse fuori luogo davanti a una vicenda così grave. Ma “sobria” non significa piatta: ci sono scelte di messa in scena che lasciano il segno, momenti in cui la macchina da presa decide di stare vicina ai volti, di non cercare la composizione bella ma quella vera. Per un esordio, è già una firma.
Un film come il zustìssia film regge o cade sulla qualità delle interpretazioni, e qui la produzione non ha lesinato. Michele Riondino è un attore che negli ultimi anni ha dimostrato una gamma emotiva notevole, capace di passare dal cinema d’autore alle serie di grande pubblico senza mai sembrare fuori posto. Qui si trova a incarnare una storia di resistenza silenziosa, di dignità preservata contro ogni logica: il tipo di ruolo che richiede più sottrazione che esibizione, più sguardo che parola.
Al suo fianco, Fabrizio Ferracane porta quella sua presenza fisica e psicologica che ormai è diventata una garanzia del cinema italiano di qualità. Ferracane è uno di quegli attori che non ha mai bisogno di alzare la voce per occupare lo schermo: lo riempie con una presenza che è quasi materica, solida. Il duo Riondino-Ferracane è già di per sé un motivo per andare in sala.
Ma il cast è un ensemble ricco e ben calibrato. Paola Giannini, Jacopo Cullin, Francesco Colella, la straordinaria Geppi Cucciari — presenza rara e sempre sorprendente quando sceglie il cinema — e Philippine Leroy-Beaulieu, attrice franco-italiana che porta con sé un respiro europeo. Ogni personaggio sembra costruito con cura, non riempitivo ma necessario all’architettura drammatica del racconto.
Dietro Zustìssia c’è una struttura produttiva che dice molto sulle ambizioni del progetto. La coproduzione tra Palomar (società del gruppo Mediawan, che ha nel suo catalogo alcune delle produzioni italiane più significative degli ultimi anni) e PiperFilm, realizzata in collaborazione con Netflix e Rai Cinema, garantisce al film una doppia vita: la sala cinematografica prima, la piattaforma poi. Una strategia ormai consolidata per i titoli italiani che puntano a un pubblico ampio senza rinunciare all’esperienza collettiva del grande schermo.
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La presenza di Netflix nel progetto è particolarmente significativa: vuol dire che la storia di Beniamino Zuncheddu non resterà confinata al circuito dei cinefili o agli spettatori delle prime settimane, ma potrà raggiungere un pubblico globale. Un errore giudiziario italiano, raccontato in sardo e in italiano, che potrebbe diventare un caso di studio internazionale sul fallimento dei sistemi penali. Non è poco.
Il coinvolgimento di Rai Cinema, d’altra parte, radica il film nella tradizione del cinema pubblico italiano di impegno civile: quella linea che da decenni sostiene storie che il mercato puro faticherebbe a finanziare, ma che il Paese ha bisogno di vedere e di discutere.
Il zustìssia film arriva in un momento in cui il dibattito sulla riforma della giustizia italiana è più acceso che mai. Parlare di errori giudiziari non è fare opposizione politica a questo o quel governo: è ricordare che il sistema — qualunque sistema — può sbagliare, e che quando sbaglia su una persona innocente il costo umano è incommensurabile. Trentatré anni di vita sottratta non si restituiscono. Non esiste risarcimento che possa coprire quella voragine.
Il film non cede alla tentazione del film a tesi, dove tutto è già deciso in anticipo e lo spettatore viene guidato verso una conclusione prestabilita. Preferisce mostrare, lasciare spazio alla complessità, permettere allo spettatore di formarsi un giudizio. È cinema civile nel senso più alto del termine: quello che non predica ma interroga, che non consola ma disturba nel modo giusto.
La scelta del titolo — Zustìssia, la giustizia in dialetto sardo, con quell’accento che la rende quasi irriconoscibile — è già un programma estetico e politico. La giustizia deformata, la giustizia che non si riconosce più, la giustizia che diventa la sua stessa parodia. Per chi vorrà approfondire la storia del caso prima o dopo la visione, la recensione su Cinematografo.it offre un punto di partenza solido e documentato.
Zustìssia è in sala dal 15 ottobre 2026: un’opera prima che ha tutto per diventare uno dei film italiani più discussi dell’anno, e che merita di essere vista non solo come documento di una storia vera, ma come esempio di cosa può fare il cinema quando decide di stare dalla parte giusta — quella della verità, anche quando fa male.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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