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Black Lions – Roman Wolves: il capolavoro di Haile Gerima sulla resistenza etiope finalmente al cinema

Black Lions – Roman Wolves: il film di Haile Gerima su la resistenza etiope arriva al cinemaC'è un cinema che non chiede il permesso, che non aspetta che la storia venga raccontata da chi l'ha scritta a proprio vantaggio, e che sceglie di prendere

C’è un cinema che non chiede il permesso, che non aspetta che la storia venga raccontata da chi l’ha scritta a proprio vantaggio, e che sceglie di prendere la macchina da presa come si prende uno scudo. Haile Gerima appartiene a quella razza rara di autori, e il suo Black Lions – Roman Wolves — il Black Lions Roman Wolves film che ha già fatto parlare di sé al Berlinale Forum 2026 — è esattamente questo: un atto di cinema che è anche un atto di memoria, di resistenza, di giustizia narrativa. Mettetevi comodi, perché questa storia merita di essere raccontata per bene.

Una ferita aperta nella storia del Novecento

Per capire perché Black Lions – Roman Wolves esiste, bisogna tornare al 1935, quando l’Italia fascista di Mussolini lanciò la seconda invasione dell’Etiopia, dando il via a uno dei capitoli più brutali del colonialismo europeo in Africa. Non si trattò di una guerra convenzionale: l’esercito italiano ricorse all’uso di gas velenosi, in violazione aperta delle convenzioni internazionali, contro una popolazione civile e combattenti che resistevano con mezzi incomparabilmente inferiori. La Società delle Nazioni condannò l’aggressione, ma non fece nulla di concreto per fermarla. L’Etiopia rimase sola.

Eppure resistette. E fu una resistenza feroce, capillare, radicata nella cultura, nella musica, nell’identità collettiva di un popolo che non aveva mai accettato la colonizzazione come destino. È questa resistenza — fatta di corpi, di voci, di canzoni, di testimonianze — che Haile Gerima porta sullo schermo. Il film si definisce esplicitamente un treatise, un trattato sulla resistenza etiope all’invasione italiana del 1935: non un semplice racconto drammatico, ma un’opera che intreccia memorie, testimonianze, canti e l’esperienza vissuta di chi portò avanti la lotta. Una scelta formale precisa, che dice molto sull’approccio del regista.

Haile Gerima: un autore che non si piega al mercato

Parlare di Haile Gerima senza capire chi è sarebbe un errore. Nato in Etiopia nel 1946, emigrato negli Stati Uniti per studiare cinema, Gerima è diventato nel corso dei decenni uno dei pilastri del cosiddetto Third Cinema e del movimento del cinema africano indipendente. La sua opera più celebre, Sankofa (1993), è diventata un film-culto sulla diaspora africana e la memoria della schiavitù, distribuito in modo del tutto indipendente, sala per sala, comunità per comunità, in un’epopea distributiva che ha anticipato di decenni le strategie del cinema militante contemporaneo.

Gerima non ha mai lavorato per compiacere Hollywood. Ha sempre scelto la strada più difficile: quella dell’autorialità radicale, della produzione indipendente, del controllo totale sulla propria voce. Black Lions – Roman Wolves è una co-produzione tra Stati Uniti ed Etiopia, e il film parla in amarico, inglese e italiano — una scelta linguistica che non è solo pratica, ma profondamente simbolica: le tre lingue dei protagonisti di quella storia, i tre punti di vista che si scontrano e si intrecciano in un conflitto che non è ancora del tutto elaborato dalla coscienza collettiva europea.

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Nell’intervista rilasciata al Berlinale 2026 il 19 febbraio, Gerima ha avuto modo di parlare del progetto, del suo significato e del lungo percorso che ha portato il film sullo schermo. Un’occasione rara per ascoltare direttamente la voce di un autore che raramente cerca i riflettori, ma che quando parla lo fa con una chiarezza e una profondità difficili da ignorare.

Il debutto al Berlinale Forum: perché conta

Il Berlinale Forum non è la sezione più glamour del festival di Berlino — non è il Concorso principale, non è il luogo dove si assegnano gli Orsi d’Oro — ma è storicamente lo spazio più coraggioso e intellettualmente vivace della manifestazione. Fondato nel 1971 come risposta critica all’eccessiva istituzionalizzazione del festival, il Forum ha sempre privilegiato il cinema politico, sperimentale, capace di disturbare e interrogare. È lì che hanno trovato casa opere fondamentali del cinema mondiale, film che non cercavano la consacrazione festivaliera ma il dialogo con un pubblico consapevole.

Il fatto che Black Lions – Roman Wolves abbia scelto — o sia stato scelto per — il Forum nel febbraio 2026 dice qualcosa di preciso sulla natura del film: non è un’opera pensata per il grande pubblico generalista, non è un kolossal storico confezionato per il botteghino internazionale. È un film che vuole aprire una conversazione difficile, che non ha paura di essere scomodo, che si fida dell’intelligenza dello spettatore. Esattamente il tipo di cinema che il Forum è stato creato per ospitare.

Cosa aspettarsi dal Black Lions Roman Wolves film: forma e sostanza

Sulla base di quanto confermato dalle fonti ufficiali, Black Lions – Roman Wolves non è un film storico nel senso convenzionale del termine. Non aspettatevi la ricostruzione in costume con battaglie spettacolari e dialoghi edificanti. L’approccio di Gerima è molto più stratificato: il film intreccia memorie, testimonianze, canzoni e l’esperienza vissuta di coloro che portarono avanti la resistenza. È un cinema che mescola il documentario con la finzione, l’archivio con il presente, la voce collettiva con quella individuale.

Questa metodologia ha radici profonde nell’opera di Gerima. In Sankofa, il confine tra passato e presente si dissolveva continuamente, creando un effetto di presenza della storia che nessuna ricostruzione filologica avrebbe potuto raggiungere. In Teza (2008), il suo film più premiato in ambito festivaliero, il regista usava la struttura frammentata della memoria per raccontare il ritorno in Etiopia di un intellettuale della diaspora. È lecito aspettarsi che Black Lions – Roman Wolves si muova su coordinate simili: una forma che rispecchia la complessità e la non-linearità della memoria storica collettiva.

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La scelta di includere le canzoni come elemento narrativo è particolarmente significativa. In molte culture africane, e in quella etiope in particolare, la musica non è ornamento ma veicolo di storia, strumento di trasmissione del sapere, forma di resistenza culturale. Inserire i canti della resistenza nel tessuto del film significa riconoscere che la storia non si trasmette solo attraverso i documenti scritti o le immagini d’archivio, ma attraverso tutto ciò che un popolo ha usato per sopravvivere e ricordare.

Perché questo film arriva nel momento giusto

In un momento in cui il dibattito sul colonialismo, sulla restituzione dei beni culturali, sulla memoria delle violenze imperialiste è più vivo che mai in Europa — e in Italia in particolare — un film come Black Lions – Roman Wolves non potrebbe arrivare in un momento più opportuno. L’Italia ha un rapporto ancora largamente irrisolto con il proprio passato coloniale in Africa: in Libia, in Eritrea, in Somalia, e appunto in Etiopia. La storia dell’uso dei gas in Etiopia nel 1935 è nota agli storici, ma è rimasta ai margini della memoria pubblica nazionale.

Un film che porta questa storia sullo schermo, che la racconta dalla prospettiva di chi ha resistito, che usa l’amarico accanto all’italiano come lingua narrativa, è un invito a fare i conti con qualcosa che è più comodo ignorare. Non è un’accusa, non è propaganda: è cinema. Ma è il tipo di cinema che può cambiare il modo in cui una società si guarda allo specchio.

Per chi vuole approfondire il film e seguire gli aggiornamenti sulle proiezioni, il punto di riferimento è il sito ufficiale di Black Lions – Roman Wolves, dove è possibile anche richiedere informazioni sulle proiezioni nella propria città.

Black Lions – Roman Wolves è il tipo di film che il cinema ha il dovere di fare e che il pubblico ha il privilegio di vedere. Haile Gerima ha impiegato una vita a costruire la credibilità e l’indipendenza necessarie per realizzare un’opera del genere senza compromessi. Il risultato, già passato per il Berlinale Forum, è ora pronto a incontrare il pubblico italiano: un appuntamento da non mancare, per chi crede che il cinema possa ancora essere uno strumento di conoscenza del mondo, non solo di evasione da esso.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.