Categorie: Eventi

James Longley e il trionfo di Mohabat: il documentario che conquista Jihlava con Alex Gibney al fianco

C’è un momento in cui un documentario smette di essere soltanto un film e diventa qualcosa di più difficile da ignorare: una testimonianza, un atto di responsabilità civile travestito da arte cinematografica. Mohabat — il documentario diretto da James Longley e prodotto insieme ad Alex Gibney e Mohammad Sharif Hotak — ha compiuto esattamente questo salto, conquistando la sezione Opus Bonum al Ji.hlava Documentary Film Festival e imponendosi come uno dei titoli più potenti e discussi del panorama documentaristico internazionale di questo novembre 2026. La giuria non ha usato mezzi termini: meticolosamente ricercato e straordinariamente realizzato. Poche parole, ma capaci di dire tutto.

Un bambino, un drone, una storia che brucia

Al centro del mohabat documentario c’è una storia che avrebbe potuto essere una statistica — e invece è diventata un film. Mohabat è un bambino di dodici anni: suo padre muore in un attacco con drone, e lui viene portato in un orfanotrofio in città. È da questo punto di partenza, brutale nella sua semplicità, che James Longley costruisce il suo racconto. Non c’è nulla di astratto o di distante in questa premessa: c’è un bambino con un nome, con una storia, con un futuro spezzato da una decisione presa da chissà dove, da chissà chi, con chissà quali informazioni.

Il titolo del film coincide con il nome del protagonista, e questa scelta non è casuale. Mohabat, in lingua dari, significa amore. C’è qualcosa di deliberatamente straniante nel fatto che un documentario su un bambino orfano a causa della guerra moderna porti come titolo la parola amore — e quella tensione, quella contraddizione, è probabilmente il cuore pulsante dell’intera opera. Longley non ha scelto un titolo per fare effetto: ha scelto un nome proprio, quello di un essere umano reale, e lo ha messo davanti a tutto il resto.

È il tipo di scelta che distingue i documentaristi che fanno davvero il loro mestiere da quelli che si limitano a illustrare tesi già scritte prima di accendere la telecamera. E Longley, come vedremo, è tutt’altro che un esordiente.

James Longley: uno sguardo che non si distoglie

Per capire perché Mohabat abbia convinto la giuria di Ji.hlava con questa intensità, vale la pena soffermarsi su chi è James Longley e su come lavora. Longley è un regista e documentarista che ha costruito la propria carriera su un approccio radicalmente immersivo: i suoi film non osservano dall’esterno, ma entrano dentro le situazioni, dentro le vite, con una pazienza e una cura che oggi sembrano quasi anacronistiche rispetto ai ritmi della produzione contemporanea.

→ Leggi anche: Farzad Khoshdast e il coraggio di raccontare i rifugiati iraniani in Third Land

La sua firma stilistica è riconoscibile: lunghi periodi di ripresa, un rapporto di fiducia costruito nel tempo con i soggetti filmati, un montaggio che privilegia la complessità emotiva rispetto alla chiarezza narrativa di maniera. Non è il tipo di documentario che spiega tutto, che guida lo spettatore per mano verso una conclusione predefinita. È il tipo di documentario che ti lascia con qualcosa dentro — un disagio, una domanda, una sensazione che non riesci a scrollarti di dosso facilmente.

La descrizione della giuria — meticolosamente ricercato e straordinariamente realizzato — suona come una sintesi perfetta di questo metodo. La ricerca meticolosa è la base: Longley non arriva su un set con una storia già confezionata, ma costruisce la propria comprensione del contesto attraverso mesi, a volte anni, di lavoro sul campo. E la realizzazione straordinaria è il risultato di quella ricerca: immagini che non sembrano rubate ma guadagnate, momenti di intimità che lo spettatore sente come un privilegio, non come una violazione.

Alex Gibney e Mohammad Sharif Hotak: la produzione che conta

Dietro ogni grande documentario c’è quasi sempre una squadra di produzione che ha creduto nel progetto quando era ancora soltanto un’idea o una serie di appunti su un taccuino. Nel caso di Mohabat, quella squadra include due figure di peso molto diverso ma complementare: Alex Gibney e Mohammad Sharif Hotak.

Gibney è, senza alcun dubbio, uno dei produttori e documentaristi più influenti del cinema non fiction contemporaneo. Premio Oscar, autore di opere che hanno segnato il dibattito pubblico su temi come la corruzione, il potere, la guerra, Gibney porta con sé non solo risorse produttive ma anche una credibilità e una visibilità che aprono porte — festival, distributori, piattaforme, premi. La sua presenza accanto a Longley non è decorativa: è un segnale preciso che questo progetto è stato ritenuto abbastanza importante da meritare il massimo impegno.

Altrettanto cruciale, però, è il ruolo di Mohammad Sharif Hotak. In un documentario che racconta una storia profondamente radicata in una cultura, in una lingua, in un contesto specifico, avere a bordo un produttore con quella conoscenza diretta non è un dettaglio: è la differenza tra un film che guarda dall’esterno e un film che parla dall’interno. Hotak rappresenta quella voce, quella prospettiva, quella legittimità che nessun documentarista straniero, per quanto bravo, può portare da solo.

Il trio Longley-Gibney-Hotak è, in questo senso, un esempio di come si costruisce una produzione documentaristica responsabile nel 2026: competenza tecnica e narrativa, peso produttivo internazionale, e radicamento culturale autentico. Non è una formula magica, ma è una premessa solida.

→ Leggi anche: Prove di una rivoluzione: il documentario britannico che punta agli Oscar

Il Ji.hlava Documentary Film Festival e il premio Opus Bonum

Che Mohabat abbia vinto proprio a Ji.hlava aggiunge un ulteriore livello di significato al riconoscimento. Il Ji.hlava International Documentary Film Festival, che si tiene ogni anno nella città ceca da cui prende il nome, è uno degli appuntamenti più rispettati nel circuito del documentario europeo e internazionale. Non è un festival generalista che premia un po’ di tutto: è un festival specializzato, con una curva critica esigente e una storia di scelte coraggiose.

La sezione Opus Bonum è una delle sue vetrine più prestigiose, riservata a opere che si distinguono per qualità complessiva — non solo per il soggetto trattato, ma per come quel soggetto viene affrontato, sviluppato, restituito allo spettatore. Vincere lì significa aver superato una selezione rigorosa e aver convinto una giuria abituata a vedere il meglio del documentario mondiale.

Il verdetto di questa edizione, con la vittoria del mohabat documentario, è arrivato sabato scorso, in quella che si configura come una delle settimane più ricche di riconoscimenti internazionali per il cinema non fiction. E il fatto che la notizia abbia già circolato rapidamente — anche grazie alla cassa di risonanza offerta da festival come il DOC NYC, che ha rilanciato l’annuncio — suggerisce che l’interesse attorno al film è tutt’altro che limitato agli addetti ai lavori.

Perché questo film conta adesso

Il tema al centro di Mohabat — le conseguenze umane degli attacchi con drone, viste attraverso gli occhi di un bambino che perde il padre — non è nuovo nella storia del documentario. Ma il modo in cui Longley lo affronta, con quella ricerca meticolosa e quella realizzazione straordinaria celebrate dalla giuria, lo rende capace di dire qualcosa di nuovo anche su un terreno già esplorato.

Viviamo in un momento in cui la guerra tecnologicamente mediata — quella combattuta a distanza, con algoritmi e coordinate GPS, senza che chi preme il bottone veda mai la faccia di chi sta dall’altra parte — è diventata una realtà strutturale del conflitto moderno. I documentari che riescono a rendere concreta, personale, irriducibile questa realtà svolgono una funzione che il giornalismo tradizionale fatica sempre di più a garantire: ci obbligano a guardare, ci impediscono di distogliere lo sguardo, ci ricordano che dietro ogni dato statistico c’è un Mohabat, un bambino di dodici anni con un nome che significa amore.

Con il riconoscimento al Ji.hlava Documentary Film Festival, Mohabat entra ufficialmente nel radar dei festival e dei distributori internazionali. Adesso la domanda più urgente, per chi ha già sentito parlare del film e per chi lo scopre soltanto ora, è una sola: quando e dove potremo vederlo? La risposta, per il momento, non è ancora definitiva — ma la strada verso una distribuzione più ampia sembra decisamente aperta.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Condividi
Redazione Velvet

Recenti

  • Sul set

Patrice Vermette costruisce una navicella da 55 tonnellate per Dune: Part Three, il design che promette spettacolo

Patrice Vermette costruisce una navicella da 55 tonnellate per Dune: Part Three. Scopri come il…

5 Novembre 2026
  • Eventi

Stray Kids World Tour ‘RUN IT’: il live viewing del 7 novembre arriva al cinema

Scopri cosa aspettarsi dal Stray Kids live viewing cinema del 7 novembre 2026 dal Tokyo…

5 Novembre 2026
  • Eventi

Okinawa Saudade: dieci anni tra le radici di una comunità dimenticata

Il documentario Okinawa Saudade di Matsubayashi Yoju racconta 10 anni di ricerca sulla comunità okinawana-brasiliana,…

4 Novembre 2026
  • Film e Serie Tv

It: Welcome to Derry, lo speciale di Halloween che sorprende su HBO Max

HBO Max ha sorpreso il 31 ottobre 2026 con un episodio speciale di It Welcome…

4 Novembre 2026
  • Eventi

Milcho Manchevski trionfa a Tokyo con ‘Sister Brother Manhole Cover’: il Grand Prix va al maestro macedone

Il film macedone di Milcho Manchevski trionfa al Tokyo Grand Prix film festival 2026. Una…

4 Novembre 2026
  • Film e Serie Tv

The Remarried Empress arriva in anticipo su Disney+ e Hulu: il K-drama romantico che non potete perdere

È già domani — almeno per chi aspettava con ansia l'arrivo di The Remarried Empress…

4 Novembre 2026