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I film che hanno cambiato il linguaggio del cinema negli ultimi 5 anni

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I film che hanno cambiato il cinema negli ultimi cinque anni: un viaggio al cuore della rivoluzione visiva

I film che hanno cambiato il cinema non arrivano mai con un cartello luminoso che dice “attenzione, stiamo riscrivendo le regole”: lo capisci dopo, quando ti accorgi che tutto quello che vedi sullo schermo sembra diverso, che il tuo modo di guardare è mutato senza che te ne rendessi conto. Mettetevi comodi, perché quello che è successo tra il 2021 e oggi è una di quelle rivoluzioni silenziose che si misurano in retrospettiva — e la retrospettiva, in questo caso, è già abbastanza eloquente da togliere il fiato.

Il continuum visivo di Villeneuve: Dune come manifesto di un’epoca

Partiamo dall’elefante nella stanza, o meglio, dal verme nella sabbia. Quando Dune di Denis Villeneuve arrivò nelle sale nell’ottobre del 2021, molti si aspettavano un blockbuster di fantascienza spettacolare ma tutto sommato convenzionale. Quello che trovarono, invece, era qualcosa di radicalmente diverso: un film che trattava lo spazio, la luce e il silenzio come materia narrativa primaria, non come cornice decorativa.

Villeneuve e il suo direttore della fotografia Greig Fraser hanno costruito Arrakis come un’esperienza sensoriale totale. Le inquadrature vastissime, spesso girate in formato IMAX con rapporti d’aspetto che cambiano a seconda della sequenza, non servono solo a mostrare la grandiosità del pianeta desertico: comunicano la solitudine di Paul Atreides, la sua insignificanza di fronte a forze cosmiche che lo precedono e lo sopravanzano. È narrativa visiva pura, senza didascalie.

Dune: Part Two, uscito nel marzo del 2024, ha radicalizzato ulteriormente questa poetica. Le sequenze girate con pellicola in bianco e nero per il pianeta Giedi Prime — una scelta tecnica che non aveva precedenti recenti in un blockbuster di quella scala — hanno dimostrato che il pubblico mainstream è pronto ad accettare soluzioni formali audaci se inserite in un contesto narrativo coerente. Il film ha incassato oltre 700 milioni di dollari in tutto il mondo, dimostrando che ipervisualismo e ambizione artistica non sono necessariamente in contraddizione con il successo commerciale.

L’eredità tecnica di Dune è già visibile: l’uso della luce naturale spinta all’estremo, il ricorso a grandangoli che deformano impercettibilmente la percezione dello spazio, il silenzio usato come elemento drammatico invece di essere tappezzato da musica — tutto questo ha già contaminato decine di produzioni successive, dai thriller europei alle serie premium di Netflix e HBO.

Nolan e l’analogico come atto politico

Christopher Nolan ha sempre avuto un rapporto viscerale con la pellicola, ma con Oppenheimer — uscito nell’estate del 2023 e diventato quasi istantaneamente un caso culturale globale — ha trasformato quella fedeltà tecnica in qualcosa di più: una dichiarazione di poetica, quasi un manifesto.

Girare l’esplosione della Trinity in camera IMAX 65mm senza ricorrere a effetti digitali non è stata solo una trovata di marketing: è stata una scelta che ha ridefinito il modo in cui il pubblico percepisce l’autenticità nel cinema contemporaneo. In un’epoca in cui qualsiasi cosa è tecnicamente riproducibile attraverso la computer grafica, la scelta di usare magnesio, benzina e alluminio in polvere per simulare la prima detonazione atomica ha un peso simbolico che va ben oltre il risultato estetico — per quanto quel risultato sia straordinario.

Ma Oppenheimer non è solo una questione di tecnica. La struttura narrativa del film — con le sue tre linee temporali che si intrecciano, il processo come cornice che contamina retrospettivamente ogni flashback, la soggettività radicale delle sequenze in prima persona — ha riportato al centro del dibattito la questione della forma cinematografica. Non si tratta di sperimentazione per sé stessa: ogni scelta formale serve a comunicare la frammentazione della memoria, la relatività del giudizio storico, l’impossibilità di una prospettiva oggettiva su eventi di tale portata.

Il risultato è stato un film da 952 milioni di dollari di incasso globale che ha convinto gli studios che il cinema d’autore — quello vero, quello che non scende a compromessi sul piano formale — può ancora essere un investimento redditizio. Un segnale importantissimo per l’industria, arrivato in un momento in cui lo streaming sembrava aver risucchiato ogni ambizione narrativa verso il formato seriale.

Il suono come protagonista: una rivoluzione silenziosa

Sia Villeneuve che Nolan condividono un’ossessione: il suono. In entrambi i casi, il sound design non è un elemento di supporto ma un vero e proprio agente narrativo. Le composizioni di Hans Zimmer per Dune — con i loro cori gutturali, i tagli di frequenza inaspettati, le texture sonore che sembrano provenire da un’altra civiltà — hanno stabilito un nuovo standard per come la musica cinematografica può costruire un mondo. Ludwig Göransson, dal canto suo, ha usato per Oppenheimer una partitura che si inceppa, si ripete, accelera e si blocca come i pensieri di un uomo sotto processo: non accompagna le immagini, le amplifica.

Questo approccio ha trovato riscontro in produzioni molto diverse: da The Zone of Interest di Jonathan Glazer, dove il suono dei campi di sterminio filtrato in sottofondo diventa l’orrore che le immagini rifiutano di mostrare, fino alle serie televisive premium che hanno iniziato a investire in sound design cinematografico con budget e attenzione inediti.

L’onda coreana: da Parasite al nuovo standard globale

Il trionfo di Parasite di Bong Joon-ho agli Oscar 2020 — primo film in lingua non inglese a vincere il premio come Miglior Film — ha aperto una porta che non si è più richiusa. Negli anni successivi, l’influenza del cinema coreano sul linguaggio cinematografico globale è diventata sempre più evidente e strutturale, non più relegata ai circuiti del cinema d’essai ma capace di permeare la produzione mainstream internazionale.

Cosa ha portato il cinema coreano che non c’era altrove? Prima di tutto, una capacità di mescolare i generi senza gerarchie: il thriller sociale, la commedia nera, l’horror, il melodramma convivono nello stesso film senza che nessuno dei registri prevalga sugli altri. Questa fluidità generica, che in Occidente viene spesso percepita come incoerenza, nel cinema coreano è una scelta stilistica precisa che riflette la complessità del reale.

Park Chan-wook, con Decision to Leave (2022), ha dimostrato come questa tradizione possa essere portata a un livello di raffinatezza formale straordinario: il film usa il montaggio come strumento di ambiguità morale, costruendo un thriller romantico in cui non si capisce mai con certezza cosa sia reale e cosa sia proiezione del desiderio. La struttura narrativa non-lineare non è un vezzo intellettuale ma il correlativo oggettivo dello stato mentale del protagonista.

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L’influenza si misura anche in termini industriali: le major americane hanno iniziato a co-produrre con studios coreani, le piattaforme di streaming hanno investito massicciamente in contenuti coreani dopo il successo planetario di Squid Game, e soprattutto molti registi occidentali hanno dichiarato apertamente il debito verso questa tradizione cinematografica. Basta guardare come certi thriller recenti gestiscono le ellissi narrative, il fuori campo, la violenza come elemento di commedia grottesca: l’impronta coreana è riconoscibile e pervasiva.

Il cinema indipendente come laboratorio: le avanguardie che anticipano il mainstream

Sarebbe un errore raccontare la rivoluzione del linguaggio cinematografico degli ultimi cinque anni guardando solo ai grandi nomi e ai grandi budget. Alcune delle innovazioni più significative sono arrivate da film più piccoli, che hanno anticipato tendenze poi adottate su scala industriale.

Aftersun di Charlotte Wells (2022) ha ridefinito il cinema della memoria con un budget minimo e una visione cristallina: il film usa il video di una telecamera degli anni Novanta come dispositivo formale per raccontare il lutto, la distanza temporale, l’impossibilità di conoscere davvero chi si ama. La granularità dell’immagine non è nostalgia decorativa ma strumento narrativo preciso. Il film ha avuto un impatto sproporzionato rispetto alla sua distribuzione, diventando un punto di riferimento per una generazione di giovani registi.

Tár di Todd Field (2022), con Cate Blanchett in una delle interpretazioni più discusse del decennio, ha scelto di raccontare la caduta di una figura di potere attraverso un accumulo lentissimo di dettagli ambientali, quasi documentaristico, rifiutando ogni semplificazione psicologica. La macchina da presa osserva senza giudicare, il montaggio non segnala le svoltà drammatiche con enfasi musicale: il pubblico è costretto a costruire da solo il giudizio morale, senza che il film glielo faciliti. Una scelta di regia che ha fatto scuola.

Anche All Quiet on the Western Front (Im Westen nichts Neues, 2022) del tedesco Edward Berger merita una menzione: il film ha dimostrato che il cinema di guerra europeo può competere con le produzioni hollywoodiane sul piano spettacolare senza rinunciare alla profondità politica, e la sua vittoria all’Oscar per il Miglior Film Internazionale ha segnalato un cambio di attenzione verso produzioni non anglofone che va ben oltre il caso Parasite.

Streaming, IMAX e la guerra dei formati: dove sta andando il cinema

Nessuna analisi dei film che hanno cambiato il cinema negli ultimi anni può ignorare il contesto industriale in cui queste opere sono nate. Lo streaming ha trasformato radicalmente le abitudini di visione, e la risposta dell’industria cinematografica è stata in parte prevedibile — investire nell’esperienza in sala come qualcosa di irriproducibile a casa — e in parte sorprendente.

Il formato IMAX è diventato uno strumento narrativo oltre che un’attrazione commerciale. Villeneuve e Nolan hanno collaborato con IMAX Corporation per sviluppare approcci alla ripresa che sfruttano il campo visivo allargato non per stupire ma per immergere: la differenza tra guardare Dune in IMAX e guardarlo su un televisore domestico non è solo quantitativa ma qualitativa, cambia il significato di certe scelte di regia.

Al tempo stesso, lo streaming ha creato nuove opportunità per il cinema d’autore: piattaforme come Netflix e A24 (che non è una piattaforma ma un distributore con una sensibilità simile) hanno finanziato opere che il sistema degli studios tradizionali non avrebbe mai prodotto. The Power of the Dog di Jane Campion, Bardo di Alejandro González Iñárritu, White Noise di Noah Baumbach: tutti film che hanno trovato il loro pubblico attraverso lo streaming dopo una finestra in sala, confermando che i due canali non sono necessariamente in competizione ma possono essere complementari.

Per approfondire il dibattito critico su queste trasformazioni, il lavoro di analisi del Criterion Collection offre prospettive preziose su come il linguaggio cinematografico si evolve nel tempo e in dialogo con la tradizione.

Perché questi film che hanno cambiato il cinema contano davvero

La domanda che vale la pena porsi, alla fine, è questa: perché importa? Perché dovremmo preoccuparci del fatto che un regista canadese ha usato il bianco e nero per Giedi Prime, o che un coreano mescola la commedia con il thriller sociale?

Importa perché il linguaggio cinematografico non è neutro. Il modo in cui un film sceglie di mostrare il mondo — quali angolazioni, quale ritmo, quale rapporto tra suono e immagine, quale struttura temporale — determina quali storie possono essere raccontate e come vengono ricevute. Ogni innovazione formale è anche un’espansione delle possibilità narrative, una nuova finestra aperta su esperienze che prima non avevano una forma cinematografica adeguata.

I film che hanno cambiato il cinema di questi ultimi cinque anni hanno in comune una cosa: il rifiuto della comodità. Non si accontentano di raccontare bene una storia nel modo in cui le storie vengono normalmente raccontate. Cercano la forma giusta per quella storia specifica, anche quando quella forma è scomoda, lenta, ambigua, tecnicamente rischiosa. Ed è esattamente quella ricerca — quella tensione tra cosa si vuole dire e come lo si dice — che rende il cinema ancora il mezzo espressivo più potente e sorprendente del nostro tempo. Il prossimo film che cambierà tutto, probabilmente, è già in lavorazione in qualche parte del mondo. E non vediamo l’ora di scoprire dove.

This article was produced with AI assistance and reviewed editorially.

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