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Ulisse il vero eroe: cosa non sapevi del personaggio di Omero

Ulisse secondo Omero: il più umano degli eroi greci

Mettetevi comodi, perché quello che state per leggere non è il solito riassunto da manuale scolastico. Ulisse Omero lo ha consegnato all’eternità con un poema che ancora oggi, a distanza di millenni, riesce a farci sentire il vento del Mediterraneo in faccia e il profumo del mare aperto. Ma chi era davvero questo re di Itaca? Un eroe? Un bugiardo? Un marito fedele o un avventuriero irredimibile? La risposta, come sempre quando si parla di grandi personaggi letterari, è: tutto questo insieme, e molto di più.

Chi è Ulisse: il re di Itaca che non era mai solo un guerriero

Partiamo dal principio. Ulisse — in greco Odisseo — è il leggendario re di Itaca, protagonista dell’Odissea, il poema epico attribuito a Omero. Figlio di Laerte e Anticlea, marito di Penelope, padre di Telemaco: una famiglia che lo aspetta per anni, anzi per decenni, mentre lui naviga, naufraghi, seduce, inganna e sopravvive. Non è un personaggio storico nel senso moderno del termine: non esistono documenti, iscrizioni o prove archeologiche della sua reale esistenza. È un eroe mitologico, come lo sono Achille o Ettore, non una figura storica documentata come Giulio Cesare o Cleopatra. Eppure la sua presenza nella cultura occidentale è così massiccia, così capillare, da rendere quasi irrilevante la questione della sua storicità.

Quello che conta è ciò che Ulisse rappresenta: secondo la Treccani, il mito di Ulisse incarna il simbolo dell’uomo capace di superare le prove della vita con la forza di un ingegno versatile e curioso. Non la forza bruta, non la bellezza divina, non la discendenza da qualche dio dell’Olimpo particolarmente potente: l’ingegno. La testa. La capacità di leggere le situazioni e adattarsi. In un pantheon di eroi muscolosi e semidei invulnerabili, Ulisse è l’anomalia che funziona meglio di tutti.

La polytropos: il segreto del fascino di Odisseo

Il primo aggettivo che Omero usa per descrivere Ulisse nell’Odissea è polytropos, che possiamo tradurre con “dai molti volti” o “dai molti ingegni”. Non è un caso che il poema si apra così: è una dichiarazione d’intenti. Ulisse non è monodimensionale. È un uomo che cambia registro a seconda della situazione, che sa essere regale con i re, umile con i servi, tenero con Penelope, spietato con i Proci. Questa duttilità, questa capacità camaleontica di adattarsi, è la sua vera arma.

Il termine greco mētis — che possiamo rendere con “intelligenza astuta” o “astuzia pratica” — definisce perfettamente la qualità che lo contraddistingue. Non è la saggezza olimpica di Atena, non è la potenza di Eracle: è qualcosa di più terreno, di più umano. È il tipo di intelligenza che riconosce quando è il momento di combattere e quando è meglio fingere di essere un mendicante. È la stessa qualità che permette a un piccolo imprenditore di sopravvivere dove un colosso fallisce, che consente a un diplomatico di trovare accordi dove i militari vedono solo scontro. Omero, con Ulisse, ha inventato l’archetipo dell’uomo di mondo.

Il cavallo di Troia: il colpo di genio che ha cambiato la storia (mitica)

Nessun discorso su Ulisse può prescindere dal cavallo di Troia. È la sua invenzione più celebre, quella che ha definitivamente segnato la sua fama come stratega dell’inganno. Dopo anni di assedio infruttuoso, mentre gli eroi greci si massacravano in duelli omerici (è proprio il caso di dirlo), Ulisse propone una soluzione laterale: non sfondare le mura, ma entrarci dentro. Un cavallo di legno gigantesco, nascondendo al suo interno i guerrieri migliori, offerto ai Troiani come dono votivo. I Troiani abboccano. Troia cade.

Questo episodio non compare nell’Odissea in modo diretto — il poema si concentra sul viaggio di ritorno — ma viene evocato e raccontato da vari personaggi, a testimonianza di quanto fosse già leggendario anche all’interno del ciclo narrativo omerico. È un momento che dice tutto di Ulisse: preferisce vincere con la testa piuttosto che con la spada, anche quando questo significa essere considerato sleale dai colleghi più tradizionalisti. Achille combatte per la gloria. Ulisse combatte per vincere. La differenza è enorme.

Le contraddizioni morali: perché Ulisse è difficile da amare senza riserve

Ed è proprio qui che il personaggio si fa interessante — e scomodo. Ulisse non è un eroe pulito. Non è il paladino senza macchia che ci piace immaginare nei miti. È un bugiardo di professione, uno che mente con disinvoltura anche quando non sarebbe strettamente necessario. Torna a Itaca travestito da mendicante e osserva la situazione prima di rivelarsi: comprensibile, tatticamente. Ma lungo tutto il suo viaggio, l’inganno è il suo strumento preferito, quasi un vizio oltre che una virtù.

Pensiamo alla sua relazione con Calipso: la ninfa lo trattiene per anni nella sua isola, è vero, ma Ulisse non sembra esattamente un prigioniero disperato per tutto il tempo. O a Circe, la maga che trasforma i suoi compagni in porci e con cui il nostro eroe finisce per trascorrere un anno intero, tra banchetti e conversazioni. Il poema non lo condanna esplicitamente per questo: Omero racconta, non giudica. Ma il lettore moderno — e anche quello antico, probabilmente — non può fare a meno di notare che questo “fedele marito” ha un curriculum sentimentale piuttosto articolato per essere in viaggio di ritorno verso la moglie.

C’è poi la questione dei compagni. Ulisse li perde tutti, uno dopo l’altro, nel corso del viaggio. Formalmente per colpa degli dei, delle tempeste, dei mostri. Ma spesso per decisioni discutibili, per imprudenze collettive che Ulisse non riesce o non vuole prevenire. L’episodio dei buoi del Sole è emblematico: Ulisse aveva avvertito i compagni di non toccare il bestiame sacro a Elio, ma loro disobbediscono e vengono sterminati. Ulisse sopravvive. È sempre lui a sopravvivere. C’è qualcosa di inquietante in questa sopravvivenza sistematica, qualcosa che i lettori più attenti hanno sempre avvertito come una zona d’ombra nel carattere dell’eroe.

Il massacro dei Proci: giustificato o sproporzionato?

Il finale dell’Odissea è uno dei più violenti dell’intera letteratura antica. Ulisse, rientrato a Itaca e riconosciuto dalla nutrice Euriclea grazie a una cicatrice sulla coscia, organizza la vendetta contro i Proci — i pretendenti che hanno invaso la sua casa e corteggiato Penelope. La gara con l’arco, il massacro nella sala del banchetto, il sangue che scorre a fiumi: è una scena di violenza estrema, descritta con una precisione quasi cinematografica da Omero.

Moralmente, la questione è complessa. I Proci erano degli usurpatori che si comportavano da padroni in casa altrui, consumando le risorse di Ulisse e minacciando il futuro di Telemaco. La loro punizione era, in una logica eroica antica, perfettamente giustificata. Ma la brutalità con cui viene eseguita, il fatto che vengano uccisi anche i servi che avevano collaborato con loro, la mancanza di qualsiasi misericordia: tutto questo rende il trionfo di Ulisse meno limpido di quanto vorremmo. Non è la vittoria del bene sul male in senso assoluto. È la vittoria di un uomo determinato e spietato su altri uomini determinati e spietati. La differenza è che Ulisse era lì prima.

Ulisse nella cultura occidentale: da Omero a oggi

La fortuna del mito di Ulisse nella civiltà occidentale è, come nota la Treccani, semplicemente enorme. Ogni epoca lo ha reinterpretato secondo le proprie ossessioni e i propri valori. I Romani lo trasformarono in Ulisse il traditore, il greco scaltro e inaffidabile, quasi un villain rispetto all’onesto Enea. Il Medioevo cristiano lo vide come simbolo dell’inquietudine spirituale, dell’anima che non trova pace. Dante lo collocò all’Inferno, nel canto dedicato ai consiglieri fraudolenti, ma gli concesse un’ultima, magnifica orazione sulla sete di conoscenza — uno dei momenti più alti della Commedia.

Il Romanticismo lo riscoprì come eroe della libertà e dell’avventura. Il Novecento lo fece esplodere definitivamente: James Joyce costruì su di lui uno dei romanzi più ambiziosi del secolo, ambientando una moderna odissea nella Dublino di un solo giorno. La psicanalisi vi lesse archetipi profondi. La filosofia vi trovò metafore del pensiero razionale e dei suoi limiti. Il cinema, naturalmente, non è rimasto a guardare.

Ulisse al cinema e in televisione: un personaggio che non invecchia mai

Il grande schermo ha inseguito Ulisse fin dalle origini del cinema muto, e continua a farlo. Il personaggio si presta magnificamente alla narrazione visiva: i mostri, i mari in tempesta, le isole incantate, i duelli, gli inganni. Ma le versioni cinematografiche e televisive più interessanti non sono quelle che si limitano a illustrare le avventure. Sono quelle che cercano di scavare nella psicologia del personaggio, di capire cosa si prova a essere un uomo che ha visto tutto, che ha sopravvissuto a tutto, e che alla fine deve tornare a fare il re di un’isoletta nell’Egeo.

La serialità televisiva degli ultimi anni si è rivelata particolarmente adatta a questo tipo di esplorazione. Il formato lungo permette di espandere gli episodi secondari, di dare voce a personaggi come Penelope o Telemaco che nell’epica omerica restano spesso in secondo piano, di esplorare le conseguenze psicologiche di un’assenza ventennale. Ulisse che torna a casa non è solo un eroe trionfante: è un uomo che deve ricostruire relazioni, che deve spiegare a un figlio cresciuto senza di lui chi è, che deve fare i conti con una moglie che ha aspettato ma che non è rimasta immobile nel tempo.

Perché ancora oggi amiamo (e odiamo) Ulisse

La domanda che ogni lettore si pone, prima o poi, è questa: Ulisse è un eroe positivo? La risposta dipende da cosa intendiamo per “positivo”. Se cerchiamo un modello di virtù cristallina, di onestà assoluta, di fedeltà senza ombre, Ulisse non fa per noi. Ma se cerchiamo un personaggio che assomigli agli esseri umani reali — contraddittori, capaci di grandi gesti e di meschinità, brillanti e fallibili, capaci di amare e di ferire — allora Ulisse è forse il più umano degli eroi antichi.

È un personaggio che ci interpella direttamente perché le sue domande sono le nostre. Quanto vale la casa rispetto all’avventura? Quando finisce il dovere e inizia il desiderio? Quanto siamo disposti a sacrificare per tornare a casa, e che cosa troviamo quando ci arriviamo? Omero non dà risposte definitive a queste domande. Le lascia aperte, sospese nell’aria del Mediterraneo, e questo è esattamente il motivo per cui l’Odissea si legge ancora, si studia ancora, si porta ancora al cinema e in televisione.

Ulisse, insomma, non è un eroe nonostante le sue contraddizioni: è un eroe grazie a esse. È il personaggio che Omero ha costruito con la consapevolezza che la perfezione è noiosa, che l’ambiguità è umana, e che le storie più belle sono quelle in cui non sappiamo mai del tutto se fare il tifo per il protagonista o dargli un ceffone. Tremila anni dopo, siamo ancora lì a discuterne. E questo, in fondo, è il più grande dei suoi inganni: farci credere di conoscerlo, quando in realtà continua a sfuggirci tra le dita come acqua di mare.

Ulisse oltre la scuola: come riscoprire il mito da adulti

Se l’unico contatto che avete avuto con l’Odissea è stata la versione scolastica, con i riassunti da imparare e le versioni di greco da tradurre, vi siete persi qualcosa. Rileggere Omero da adulti — in una buona traduzione moderna, senza l’ansia del voto — è un’esperienza completamente diversa. Ci si accorge della velocità narrativa, dell’ironia sottile, della modernità assoluta di certi dialoghi. Ci si accorge che Penelope non è solo “la moglie fedele” ma una donna di straordinaria intelligenza politica, che ha governato Itaca per vent’anni tenendo a bada i Proci con una pazienza e una strategia degne del marito.

Ci si accorge, soprattutto, che Ulisse non è un personaggio risolto. È aperto, vivo, capace di generare interpretazioni nuove a ogni lettura. Per chi vuole approfondire la figura mitologica nella sua complessità, la voce dedicata su Wikipedia in italiano offre un buon punto di partenza per orientarsi tra le fonti antiche e le interpretazioni moderne. Il mito di Ulisse non è un reperto del passato: è uno specchio in cui ogni epoca vede riflessa se stessa. E noi, nel 2026, non facciamo eccezione.

Che siate appassionati di epica antica, cinefili in cerca di radici mitologiche, o semplicemente curiosi di capire perché un re greco di tremila anni fa continua a comparire nei film, nelle serie e nelle conversazioni di oggi, la risposta è sempre la stessa: perché Omero ha creato qualcosa di irripetibile. Un personaggio talmente vero, talmente contraddittorio, talmente umano, da non poter invecchiare mai davvero. Ulisse è ancora in viaggio. E noi siamo ancora qui ad aspettarlo.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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Redazione Velvet

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