Mettetevi comodi, perché questa storia dura da tremila anni e non accenna a fermarsi. L’Odissea di Omero è il testo che più di ogni altro sembra scritto apposta per resistere al tempo, alle mode, ai formati — e oggi, nell’era dello streaming e delle stagioni infinite, sta vivendo una stagione di rinascita straordinaria. Quando si parla di serie tv Odissea e di adattamenti moderni del poema omerico, si tocca qualcosa di profondo: non soltanto il piacere del mito rivisitato, ma la scoperta che certe strutture narrative erano già “serializzate” migliaia di anni prima che qualcuno inventasse il cliffhanger. Christopher Nolan ci sta lavorando per un film atteso nell’estate 2026, Uberto Pasolini ha portato il finale del poema nelle sale italiane all’inizio del 2025, e nel mezzo c’è un universo di produzioni — cinematografiche, televisive, streaming — che dimostrano quanto questa storia sia inesauribile.
Prima di parlare di piattaforme e stagioni televisive, vale la pena fermarsi un momento su una cosa che spesso si dimentica: l’Odissea era, in origine, un’opera pensata per essere fruita a puntate. I rapsodi dell’antichità non recitavano il poema tutto d’un fiato davanti a un pubblico che aspettava in silenzio come al cinema. Lo distribuivano nel tempo, per frammenti, lasciando gli ascoltatori con la voglia di sapere cosa sarebbe successo dopo. Ulisse che sfugge a Polifemo, Circe che trasforma i compagni in maiali, il canto delle Sirene, il ritorno a Itaca travestito da mendicante: ogni episodio è un’unità narrativa compiuta e al tempo stesso un gancio verso il successivo.
Questa architettura è esattamente quella che oggi chiamiamo serialità. Non è una forzatura contemporanea: è la natura stessa del testo. Ogni canto dell’Odissea ha un suo arco emotivo, un suo climax, una sua risoluzione parziale. Il viaggio di Odisseo dura dieci anni, attraversa mondi soprannaturali, accumula perdite e rivelazioni, costruisce una tensione che si scioglie solo nell’ultimo canto — quando l’eroe, finalmente a casa, deve ancora combattere per riconquistare ciò che è suo. Se esistesse una macchina del tempo e potessimo mostrare il poema a uno showrunner di oggi, probabilmente direbbe che è già strutturato in tre stagioni da dieci episodi ciascuna.
Il passaggio dall’epica orale al cinema era già stato un salto enorme. Il passaggio dal cinema alle serie televisive e alle piattaforme di streaming è un salto di natura diversa: non tanto in termini di qualità, ma di tempo e profondità. Un film, anche lungo, ha due o tre ore per raccontare un’avventura che nel testo originale occupa migliaia di versi. Una serie, invece, può permettersi il lusso della lentezza, del dettaglio, del personaggio secondario che diventa protagonista per un episodio intero.
Pensiamo a Penelope. Nel poema omerico è una figura straordinaria — intelligente, paziente, capace di resistere per anni a pretendenti invadenti con la sua famosa tela che di giorno tesse e di notte disfa — ma rimane comunque in secondo piano rispetto alle avventure del marito. Una serie televisiva può ribaltare questa prospettiva, dedicare episodi interi alla sua attesa, alla sua politica domestica, alle sue alleanze e ai suoi inganni. Lo stesso vale per Telemaco, il figlio che cresce nell’assenza del padre e che nel poema compie il suo viaggio di formazione parallelo a quello di Odisseo. O per Circe, per Calipso, per le figure divine che muovono i fili della storia: ognuna di queste voci, nell’epica originale, è già un personaggio completo che aspetta soltanto lo spazio per esprimersi.
È questa la promessa più interessante che la serialità moderna fa al mito: non ridurlo, non semplificarlo, ma espanderlo. Restituire voce a chi nel testo originale era marginalizzato. Esplorare i vuoti narrativi che Omero lasciava all’immaginazione degli ascoltatori. In questo senso, il formato della serie tv sull’Odissea non è un tradimento del poema, ma forse il suo compimento naturale.
Tra le produzioni recenti che hanno affrontato il materiale omerico con maggiore consapevolezza cinematografica c’è sicuramente Itaca – Il ritorno, il film di Uberto Pasolini uscito nelle sale italiane alla fine di gennaio 2025. Pasolini — regista che aveva già dimostrato una sensibilità rara per le storie di solitudine e attesa con Still Life nel 2013 e con Nowhere Special – Una storia d’amore nel 2020 — ha scelto di concentrarsi sugli ultimi canti del poema, quelli del ritorno. Non il viaggio avventuroso, non i mostri e gli dei, ma il momento in cui Odisseo torna a Itaca, si confronta con ciò che ha lasciato, e deve riconquistare la sua casa e la sua identità.
È una scelta coraggiosa e rivelatrice. Gli ultimi canti dell’Odissea sono forse i più complessi dal punto di vista emotivo: c’è la tensione del riconoscimento differito, c’è la violenza della vendetta sui Proci, c’è la scena straziante della vecchia nutrice Euriclea che riconosce Odisseo dalla cicatrice, c’è il momento in cui Penelope mette alla prova il marito con il segreto del letto nuziale. Pasolini, che nel suo cinema ha sempre cercato l’essenziale, l’emozione spogliata di ogni ornamento, trova in questo materiale il terreno ideale per il suo stile. Il film è un caso interessante anche perché dimostra che l’Odissea non deve essere necessariamente un kolossal: può essere anche un dramma intimo, quasi da camera, in cui il mito si fa carne e silenzio.
All’estremo opposto dello spettro si colloca il progetto più atteso dell’anno: l’adattamento cinematografico dell’Odissea firmato da Christopher Nolan, con uscita prevista per l’estate 2026. Nolan è il regista che più di ogni altro ha dimostrato, negli ultimi vent’anni, di saper trasformare materiale complesso — narrativamente, filosoficamente, strutturalmente — in cinema di intrattenimento su scala globale. Da Memento a Inception, da Interstellar a Oppenheimer, la sua filmografia è un continuo esperimento con il tempo, la memoria, l’identità: tutti temi che sono, guarda caso, al cuore dell’Odissea.
Che cosa farà Nolan con il poema di Omero? È presto per dirlo, e le indiscrezioni circolate finora non sono sufficienti per fare previsioni solide. Quello che si può dire con certezza è che il suo arrivo su questo materiale ha già cambiato il modo in cui il grande pubblico guarda all’epica classica. Il solo annuncio del progetto ha scatenato un interesse diffuso per gli adattamenti precedenti, ha spinto molti spettatori a riscoprire versioni dimenticate, ha rimesso in circolazione il dibattito su come si racconta oggi un mito antico. In questo senso, Nolan ha già fatto qualcosa di importante ancora prima di girare un fotogramma.
Per approfondire la storia degli adattamenti cinematografici e televisivi dell’Odissea prima del progetto Nolan, vale la pena consultare la rassegna completa de Il Cineocchio, che ripercorre decenni di trasposizioni con precisione e passione cinefila.
La storia degli adattamenti dell’Odissea per il cinema e la televisione è lunga e sorprendente. Il poema ha attraversato ogni epoca e ogni stile: dal peplum italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, che trasformava Ulisse in un eroe muscolare e avventuroso, alle produzioni televisive più ambiziose degli anni Novanta, fino alle reinterpretazioni contemporanee che cercano angolazioni inedite sul materiale omerico.
Ogni epoca ha letto l’Odissea secondo le proprie ossessioni. Il cinema del dopoguerra ci vedeva il mito dell’uomo che torna a casa dopo la guerra — e non era difficile capire perché, in quegli anni. Il cinema degli anni Settanta e Ottanta ci leggeva il viaggio interiore, la ricerca dell’identità, il confronto con l’alterità. Il cinema contemporaneo sembra più interessato alla dimensione relazionale: non tanto le avventure di Odisseo quanto le relazioni che lo definiscono — con Penelope, con Telemaco, con i compagni perduti, con i nemici e con gli dei.
Questa evoluzione dice qualcosa di interessante su come cambia il nostro rapporto con il mito. L’Odissea non è un testo fisso con un significato definitivo: è un sistema aperto che ogni generazione riempie con le proprie domande. Chi siamo quando torniamo a casa dopo un lungo viaggio? Siamo ancora la stessa persona che è partita? Chi ci riconosce, e chi non riesce a farlo? Queste domande non invecchiano, e forse è per questo che il poema continua a generare adattamenti a distanza di secoli.
Quando si parla di serie tv e Odissea come combinazione narrativa, il discorso si allarga a produzioni che non sempre portano il nome di Omero nel titolo ma che del poema portano l’impronta profonda. Il tema del nostos — il ritorno — è uno dei più fecondi della narrativa seriale contemporanea. Quante serie costruiscono la loro tensione drammatica intorno a un personaggio che cerca di tornare, che deve attraversare prove e perdite prima di raggiungere ciò che cerca? Il modello è omerico anche quando non lo dichiara esplicitamente.
Ma ci sono anche produzioni che affrontano il materiale in modo più diretto, rielaborando personaggi e situazioni del poema in contesti contemporanei o storici. La serialità permette di esplorare, per esempio, la dimensione politica di Itaca durante l’assenza di Odisseo: le tensioni tra i pretendenti, il ruolo di Penelope come reggente di fatto, le dinamiche di potere che si creano in un regno senza re. Sono temi che un film di due ore può appena sfiorare, mentre una serie può sviluppare con la profondità che meritano.
Per chi vuole esplorare il panorama completo delle produzioni ispirate all’Odissea — dalle più fedeli alle più liberamente rielaborate — una buona guida di partenza è la rassegna di Framed Magazine, che analizza le trasposizioni del poema tra cinema e televisione con attenzione critica e contestuale.
Uno degli aspetti più stimolanti delle rielaborazioni contemporanee dell’Odissea — sia cinematografiche che televisive — è l’attenzione crescente alle figure femminili del poema. Penelope è la più ovvia, ma non è la sola. Circe, la maga che trasforma i compagni di Odisseo e che poi diventa sua amante e guida, è un personaggio di straordinaria complessità: potente, ambigua, capace di amore e di crudeltà. Calipso, la ninfa che trattiene Odisseo per anni sulla sua isola, è una figura di solitudine e desiderio irrisolto. Nausicaa, la principessa dei Feaci che incontra Odisseo naufragato sulla spiaggia, è un personaggio di grazia e intelligenza che nel poema originale occupa pochissimi canti ma lascia un’impressione indelebile.
Le produzioni moderne che scelgono di dare spazio a queste voci non tradiscono Omero: lo completano. Il poema originale era già pieno di figure femminili complesse e sfaccettate, ma la prospettiva narrativa era inevitabilmente quella del protagonista maschile. Spostare il punto di vista, raccontare la stessa storia dagli occhi di Penelope o di Circe, non cambia i fatti ma cambia completamente il significato. È un’operazione che la narrativa contemporanea ha imparato a fare con grande raffinatezza, e che il formato seriale — con il suo tempo lungo e la sua capacità di costruire personaggi nel dettaglio — permette meglio di qualsiasi altro mezzo.
La domanda finale, quella che vale la pena porsi dopo aver attraversato questo panorama, è semplice: perché? Perché continuiamo, a distanza di millenni, a raccontare la storia di un uomo che vuole tornare a casa? Perché registi come Nolan e Pasolini, con tutto il materiale narrativo disponibile nel mondo contemporaneo, scelgono di tornare a un poema dell’antichità?
La risposta è probabilmente che l’Odissea racconta qualcosa di irriducibile sull’esperienza umana. Il viaggio, la perdita, il desiderio di appartenenza, la difficoltà del ritorno, la domanda su chi siamo quando tutto cambia intorno a noi: sono temi che non invecchiano perché non riguardano un’epoca specifica, ma la condizione di essere vivi. Ogni generazione trova nell’Odissea uno specchio in cui riconoscersi, e ogni nuovo formato — dal cinema alla televisione, dalla serialità streaming al film di un autore — offre una lente diversa attraverso cui guardare in quello specchio. Il fatto che oggi si parli di serie tv e Odissea come di una combinazione naturale e produttiva non è una moda passeggera: è la conferma che certi miti sono inesauribili, e che la loro forza aumenta, non diminuisce, con il passare del tempo. Con l’estate 2026 che si avvicina e il progetto Nolan che scalda i motori, il momento migliore per (ri)scoprire questo universo di adattamenti è adesso.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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