Sylvester Stallone a Tulsa, Oklahoma: un mafioso fuori posto che ha conquistato tutti
C’è un momento nella prima stagione di Tulsa King in cui Dwight Manfredi — il boss italoamericano interpretato da Sylvester Stallone — fissa l’orizzonte piatto dell’Oklahoma come se stesse guardando la superficie di un altro pianeta. Niente grattacieli, niente traffico sul Triborough Bridge, niente odore di pizza e asfalto bagnato. Solo praterie, pick-up e gente che lo guarda come un animale esotico capitato per sbaglio in un rodeo. È in quel preciso istante che la serie rivela il suo cuore: non è una storia di mafia, è una storia di spaesamento, di identità , di un uomo che deve reinventarsi a sessant’anni suonati in un mondo che non conosce. E funziona alla perfezione, grazie alla combinazione di due talenti che, sulla carta, sembravano un esperimento rischioso: Taylor Sheridan alla scrittura, Sylvester Stallone davanti alla macchina da presa.
Chi è Taylor Sheridan e perché il suo universo narrativo è diventato un fenomeno
Per capire Tulsa King bisogna prima capire chi è Taylor Sheridan. Sceneggiatore texano con un passato da attore, Sheridan ha costruito nel corso degli anni un corpus narrativo che ruota attorno a un’America spesso dimenticata dalle grandi produzioni televisive: quella delle frontiere geografiche e umane, dei codici d’onore tramandati di generazione in generazione, dei conflitti tra modernità e tradizione. Lo ha fatto con Yellowstone, la saga dei Dutton che ha trasformato il western in uno dei generi più seguiti della televisione americana contemporanea. Lo ha fatto con i prequel 1883 e 1923. E lo ha fatto, in modo inaspettato e brillante, portando un mafioso newyorkese in mezzo alle praterie dell’Oklahoma.
La genesi di Tulsa King è già di per sé una storia che vale la pena raccontare. Sheridan ha scritto il pilot in un solo giorno — una di quelle imprese creative che sembrano leggendarie ma che, nel suo caso, rispecchiano un metodo di lavoro istintivo e viscerale, capace di trasformare un’idea in dialogo prima ancora che il pensiero si raffreddi. Quella velocità di esecuzione non ha però significato superficialità : il pilot è denso, caratterizzato, ricco di dettagli che costruiscono immediatamente il mondo della serie e il suo protagonista.
A fianco di Sheridan nella costruzione della serie c’è Terence Winter, scrittore vincitore di Emmy e già head writer de I Soprano. La collaborazione tra i due è tutt’altro che casuale: Winter porta con sé il DNA della serialità criminale americana più sofisticata, quella scuola narrativa che ha insegnato al pubblico di tutto il mondo come si costruisce un antieroe complesso, contraddittorio, capace di suscitare empatia nonostante le sue colpe. L’innesto di quella sensibilità nel mondo di Sheridan produce qualcosa di nuovo: non un clone dei Soprano ambientato nel Midwest, ma una serie che usa i codici della storia di mafia per esplorare temi diversi, più personali, quasi elegiaci.
Dwight Manfredi e il genius loci di Tulsa: la formula del fish-out-of-water
Tulsa King è, nella sua essenza narrativa, una storia di spaesamento — quello che in inglese si chiama fish-out-of-water. Dwight Manfredi è un boss della mafia di New York che, dopo vent’anni di prigione trascorsi in silenzio senza fare nomi, viene “premiato” dalla famiglia criminale a cui appartiene con un esilio dorato quanto umiliante: dovrà trasferirsi a Tulsa, in Oklahoma, e costruire lì una nuova operazione. Lontano da casa, lontano dalla sua gente, lontano da tutto ciò che conosce.
La formula funziona perché Sheridan e Winter non la usano come semplice pretesto comico — anche se la comicità c’è, ed è genuina — ma come strumento per esplorare la psicologia del personaggio. Dwight non è solo un mafioso fuori posto geograficamente: è un uomo fuori dal tempo, un fossile vivente di un’America criminale che stava già cambiando mentre lui era in prigione e che nel frattempo è cambiata ancora di più. Il suo codice d’onore, la sua lealtà cieca, la sua incapacità di comprendere certe dinamiche contemporanee non sono difetti narrativi ma caratteristiche che lo rendono al tempo stesso anacronistico e straordinariamente umano.
Tulsa, da parte sua, non è uno sfondo generico. La città dell’Oklahoma ha una sua personalità precisa nella serie: è un luogo con una storia complessa, con tensioni sociali reali, con una comunità variegata che reagisce all’arrivo di questo strano newyorkese in modi imprevedibili. Sheridan, che conosce bene l’America interna, evita il cliché della provincia ingenua e pittoresca: Tulsa è un posto reale, con le sue contraddizioni, e i personaggi secondari che la abitano sono scritti con la stessa cura del protagonista.
Stallone oltre Rocky e Rambo: una performance che ridefinisce una carriera
Sarebbe riduttivo parlare di Tulsa King senza soffermarsi su quello che Sylvester Stallone fa in questa serie. Per decenni, Stallone è stato identificato con due icone del cinema d’azione americano: Rocky Balboa e John Rambo. Personaggi enormi, archetipi culturali, ma anche gabbie narrative da cui sembrava impossibile uscire. Con Dwight Manfredi, Stallone trova un personaggio che gli permette di fare qualcosa di diverso: recitare, nel senso più pieno e sfumato del termine.
La sua performance è fisicamente imponente come ci si aspetterebbe, ma è soprattutto emotivamente stratificata. C’è malinconia in Dwight, una stanchezza che non è debolezza ma consapevolezza. C’è ironia, una capacità di guardare se stesso con distanza che Stallone non aveva mai avuto modo di esprimere così compiutamente. E c’è, soprattutto, una vulnerabilità autentica che emerge nei momenti più inaspettati — quando il personaggio si trova a fare i conti con il tempo perduto, con i legami spezzati, con un mondo che non lo aspettava e che forse non ha più bisogno di lui.
È una di quelle performance che cambiano la percezione di un attore. Non perché Stallone non fosse già una star — ovviamente lo era — ma perché rivelano una dimensione del suo talento che il cinema d’azione non aveva mai avuto interesse a esplorare. In questo senso, Tulsa King è anche la storia di una seconda giovinezza artistica, di un attore che a settant’anni suonati trova il ruolo che gli permette di mostrare tutto quello che sa fare.
La struttura stagionale: tre anni di costruzione narrativa
La prima stagione di Tulsa King, andata in onda tra il 2022 e il 2023, ha stabilito le fondamenta del mondo della serie: i personaggi, le dinamiche, le tensioni tra il passato di Dwight e il suo presente oklahomano. Ha introdotto la sua crew improvvisata — un insieme di personaggi improbabili che Dwight raccoglie come un generale senza esercito — e ha cominciato a costruire il conflitto principale con la famiglia criminale che lo ha esiliato.
La seconda stagione, nel 2024, ha alzato la posta in gioco. I conflitti si sono moltiplicati, le alleanze si sono complicate, e la serie ha dimostrato di saper gestire una narrativa più ampia senza perdere il tono personale e caratteriale che la distingue. Il rapporto tra Dwight e il territorio — fisico e umano — di Tulsa si è approfondito, trasformando quello che sembrava un esilio temporaneo in qualcosa di più complesso e radicato.
La terza stagione, nel 2025, ha portato la storia a un punto di svolta significativo. Senza entrare nei dettagli per chi non l’ha ancora vista, si può dire che Sheridan e il suo team hanno avuto il coraggio di spingere il personaggio in territori emotivamente e narrativamente nuovi, preparando il terreno per quello che si preannuncia come un quarto atto ricco di conseguenze.
L’universo Sheridan: connessioni tematiche e una visione coerente dell’America
Una delle domande più interessanti che si pone chi segue sia Tulsa King che le altre produzioni di Sheridan riguarda la natura del suo universo creativo. Si tratta di un vero e proprio universo connesso, come quello dei supereroi Marvel, oppure di qualcosa di più sottile e meno esplicito?
La risposta, probabilmente, è che Sheridan costruisce qualcosa di più interessante di un semplice franchise: un universo tematico. Le sue serie non condividono necessariamente personaggi o linee narrative, ma condividono una visione del mondo, un modo di guardare all’America e ai suoi conflitti irrisolti. In Yellowstone e nei suoi prequel, il tema centrale è la terra — chi la possiede, chi la difende, chi la perde — e il modo in cui l’identità americana si è costruita attorno a quel conflitto. In Tulsa King, il tema è il tempo e il cambiamento: un uomo che emerge da un lungo periodo di isolamento e deve fare i conti con un mondo trasformato, con codici che non valgono più, con lealtà che si sono sgretolate.
Ciò che accomuna questi mondi è una certa visione dell’onore maschile — non celebrata acriticamente, ma esaminata nelle sue contraddizioni, nei suoi costi umani, nella sua capacità di essere al tempo stesso un valore e una prigione. È una tematica che risuona profondamente in un certo tipo di pubblico americano, ma che Sheridan riesce a rendere universale attraverso la specificità dei suoi personaggi e dei suoi ambienti.
Il confronto con I Soprano — reso ancora più esplicito dalla presenza di Terence Winter — è inevitabile ma va gestito con cautela. Tulsa King non è una rivisitazione de I Soprano né un tentativo di replicarne il successo. È piuttosto una serie che usa certi elementi narrativi della tradizione criminale americana — il boss, la famiglia, il codice d’omertà — come punto di partenza per raccontare qualcosa di diverso. Dove I Soprano erano fondamentalmente una tragedia, Tulsa King ha un tono più aperto, più disposto all’umorismo e persino alla speranza. È una serie che crede nella possibilità di ricominciare, anche quando si hanno alle spalle decenni di scelte discutibili.
Verso la stagione 4: cosa aspettarsi nell’autunno 2026
Con la quarta stagione di Tulsa King attesa per l’autunno 2026, l’attesa è comprensibilmente alta. Le tre stagioni precedenti hanno costruito un mondo narrativo solido, con personaggi ben definiti e archi emotivi che chiedono di essere completati. La domanda centrale — se Dwight Manfredi riuscirà davvero a costruirsi una nuova vita a Tulsa o se il suo passato lo recupererà inevitabilmente — rimane aperta, e Sheridan ha dimostrato di saper gestire questo tipo di tensione narrativa con pazienza e intelligenza.
Per chi si avvicina alla serie adesso, il momento è ideale: tre stagioni complete sono disponibili, e il binge-watching di questa storia è una delle esperienze seriali più soddisfacenti degli ultimi anni. Per chi la segue già , l’attesa è parte del piacere — quella sensazione di avere un appuntamento con dei personaggi che si sono fatti conoscere nel tempo, e che si vuole continuare a frequentare.
Ulteriori informazioni sulla serie sono disponibili sulla sua scheda ufficiale su IMDb, mentre per un approfondimento sul processo creativo di Sheridan e Winter vale la pena leggere l’analisi pubblicata da The Hollywood Reporter.
Una serie che vale ogni episodio
Tulsa King è la dimostrazione di cosa succede quando i talenti giusti si incontrano attorno a un’idea semplice ma solida. Taylor Sheridan, con la sua capacità di costruire mondi credibili e personaggi complessi, ha trovato in Sylvester Stallone un interprete che sa trasformare ogni scena in qualcosa di memorabile. Terence Winter ha portato la profondità narrativa della grande tradizione seriale americana. Il risultato è una serie che funziona su più livelli contemporaneamente: come storia di mafia, come commedia di spaesamento, come riflessione sulla lealtà e sul tempo, come ritratto inaspettatamente tenero di un uomo che prova a fare la cosa giusta, anche se non sa bene quale sia. Con la quarta stagione alle porte, c’è tutto il tempo per recuperare o per ripassare — e ogni episodio, credetemi, vale la pena.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








