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È morto Moritz de Hadeln: il grande direttore artistico della Berlinale e del Festival di Locarno

È morto Moritz de Hadeln: il grande direttore artistico della Berlinale e del Festival di Locarno

Moritz de Hadeln, il signore dei festival: addio a uno dei grandi architetti del cinema mondiale

Ci sono persone che non dirigono film ma costruiscono il palcoscenico su cui il cinema diventa storia. Moritz de Hadeln era una di queste: un uomo che ha trasformato tre dei più importanti festival cinematografici europei, lasciando un’impronta indelebile su decenni di cultura visiva internazionale. La notizia della sua scomparsa, avvenuta il 4 luglio 2026 in un ospedale di Nyon, in Svizzera, a causa di complicazioni insorte dopo un intervento medico programmato, ha attraversato il mondo del cinema come un’onda silenziosa ma profonda. Aveva 85 anni.

Una vita nata tra arte e cultura europea

Per capire Moritz de Hadeln bisogna partire dalle radici, perché raramente una biografia racconta così bene una vocazione. Nato il 21 dicembre 1940 a Exeter, in Inghilterra, de Hadeln portava nel DNA una sensibilità per le arti visive che era quasi genetica. Suo nonno, Detlev Freiherr von Hadeln, era stato un rinomato storico dell’arte rinascimentale veneziana, studioso dei grandi maestri della Serenissima. Suo padre Harry aveva fondato una casa editrice d’arte a Firenze, uno di quei luoghi dove la bellezza si trasforma in cultura tramandata. Sua madre Alexandra Balaceano era scultrice e pittrice.

Crescere in questo ambiente significava respirare quotidianamente la tensione tra forma e contenuto, tra l’opera e il suo pubblico, tra la creazione e la sua diffusione. Non è difficile immaginare come un ragazzo con questa formazione potesse trovare nel cinema — l’arte del Novecento per eccellenza, quella che fonde immagine, narrazione, musica e tempo — il suo territorio naturale. E non è difficile capire perché, una volta approdato al mondo dei festival, de Hadeln non si sia limitato a organizzare rassegne, ma abbia pensato in grande, con la visione di chi sa che un festival non è una semplice vetrina ma uno spazio di pensiero collettivo.

Nel 1968 sposò Erika von dem Hagen, compagna di vita e di avventure culturali, accanto a lui fino alla sua scomparsa nel 2018: cinquant’anni di sodalizio che attraversano tutta la stagione più fertile della sua carriera.

Nyon, 1969: nasce un festival e nasce un metodo

La prima grande intuizione di de Hadeln arriva nel 1969, quando fonda a Nyon — la piccola città sul Lago di Ginevra che resterà il suo porto d’elezione per tutta la vita — un festival dedicato al cinema documentario. Una scelta controcorrente, in un’epoca in cui il documentario era ancora considerato un genere minore, un parente povero della fiction. De Hadeln vide invece in quella forma cinematografica una delle espressioni più oneste e necessarie del mezzo: la capacità di guardare il mondo reale senza filtri narrativi precostituiti, di dare voce a storie che altrimenti sarebbero rimaste invisibili.

Quel festival di Nyon, nel corso dei decenni, sarebbe cresciuto fino a diventare Visions du Réel, oggi uno degli appuntamenti di riferimento mondiale per il cinema documentario e del reale. Un’istituzione che porta ancora, nelle sue fondamenta, la firma intellettuale del suo fondatore. Fondare un festival documentaristico nel 1969 non era solo un atto culturale: era un manifesto su cosa potesse e dovesse fare il cinema.

Locarno: il primo grande banco di prova

Tre anni dopo la fondazione del festival di Nyon, de Hadeln ricevette un incarico di ben altra portata: nel 1972 divenne direttore del Festival del Film di Locarno, una delle manifestazioni cinematografiche più antiche e prestigiose d’Europa. Locarno era — e resta — un festival con una vocazione precisa: la scoperta dei talenti emergenti, l’attenzione alle cinematografie meno rappresentate, il coraggio di scommettere su opere difficili da classificare. Valori che coincidevano perfettamente con la sensibilità di de Hadeln.

Per sette anni, dal 1972 al 1979, de Hadeln lavorò per rafforzare l’identità del festival ticinese, consolidandone la reputazione internazionale e affinando quella capacità di selezione che avrebbe poi messo al servizio di palcoscenici ancora più grandi. Locarno fu la sua scuola, il luogo dove imparò che un festival vive o muore sulla qualità delle scelte, sulla coerenza di una visione, sulla capacità di creare un dialogo autentico tra cinema e pubblico. La Piazza Grande di Locarno — con i suoi ottomila spettatori sotto le stelle — è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi manifesto cos’è il cinema come esperienza collettiva.

Moritz de Hadeln e la Berlinale: ventuno anni che hanno cambiato tutto

Ma è con la Berlinale che il nome di Moritz de Hadeln si è inciso nella storia del cinema internazionale in modo definitivo. Nel 1980, de Hadeln assunse la direzione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, e ci rimase per ventuno anni, fino al 2001: un mandato straordinario per durata e per impatto, in una città che nel frattempo avrebbe vissuto una delle trasformazioni politiche più drammatiche del XX secolo.

Pensateci: de Hadeln arriva a Berlino Ovest quando la città è ancora divisa dal Muro, in piena Guerra Fredda, quando il festival stesso è carico di un significato geopolitico oltre che culturale. La Berlinale era nata nel 1951 proprio come vetrina della libertà occidentale, un festival che guardava oltre la cortina di ferro e cercava di tenere vivi i ponti tra culture che la politica cercava di separare. De Hadeln capì subito questa dimensione e la amplificò, facendo della Berlinale un luogo dove il cinema politico e di impegno civile trovava una casa naturale.

Sotto la sua guida, il festival berlinese divenne uno dei tre grandi appuntamenti del cinema mondiale insieme a Cannes e Venezia, consolidando una identità precisa: più vicino alla contemporaneità politica e sociale rispetto alla grandeur autoriale di Cannes, più aperto al cinema di genere e alle cinematografie emergenti rispetto alla Mostra veneziana. De Hadeln costruì questa identità mattone dopo mattone, selezione dopo selezione, con quella capacità di tenere insieme rigore critico e apertura al pubblico che è il marchio dei grandi direttori di festival.

Ventuno anni alla Berlinale significano ventuno edizioni, centinaia di film selezionati, decine di Orsi d’Oro assegnati, e soprattutto la costruzione di un ecosistema cinematografico attorno al festival: il mercato del film (European Film Market), gli eventi collaterali, i forum di discussione. De Hadeln non dirigeva solo una competizione: costruiva un’infrastruttura per l’industria cinematografica europea e mondiale. Per approfondire la storia della Berlinale e il suo ruolo nel panorama festivaliero internazionale, è utile consultare il comunicato ufficiale della Berlinale dedicato alla sua memoria.

Il capitolo veneziano: breve ma significativo

Dopo aver lasciato Berlino nel 2001, de Hadeln non si ritirò nell’ombra. Nel 2002 assunse la direzione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il festival più antico del mondo, portando con sé tutto il bagaglio di esperienza accumulato in tre decenni di lavoro festivaliero. La sua permanenza al Lido durò due anni, fino al 2003, un periodo relativamente breve ma che rappresentò comunque un momento di transizione importante per la Mostra, alle prese con il riposizionamento nel panorama internazionale.

C’è qualcosa di quasi simbolico nel fatto che de Hadeln sia approdato a Venezia: sua nonno aveva dedicato la vita allo studio dell’arte veneziana, e lui, alla fine del suo percorso professionale nei grandi festival, si trovò a dirigere la manifestazione cinematografica che si svolge proprio a Venezia. Un cerchio che si chiude, una continuità familiare tra la storia dell’arte e la storia del cinema che dice molto su come de Hadeln abbia sempre vissuto il suo lavoro: non come gestione di eventi, ma come cura di un patrimonio culturale.

L’eredità: cosa resta di una vita dedicata ai festival

Quando si cerca di misurare l’eredità di Moritz de Hadeln, il rischio è di limitarsi ai numeri — ventuno anni alla Berlinale, sette a Locarno, due a Venezia, un festival fondato a Nyon nel 1969 — e perdere di vista la dimensione più importante del suo contributo. De Hadeln ha incarnato un’idea di festival cinematografico come spazio culturale autonomo, come luogo dove il cinema viene preso sul serio nella sua complessità, dove la selezione non è solo una questione di gusto ma un atto critico e politico.

In un’epoca in cui i festival cinematografici sono sempre più sotto pressione — da un lato le piattaforme di streaming che ridefiniscono le finestre di distribuzione, dall’altro la spettacolarizzazione degli eventi che rischia di trasformare le rassegne in semplici passerelle — la figura di de Hadeln ricorda cosa significhi avere una visione. Significa scegliere film che il pubblico non sa ancora di voler vedere. Significa creare contesti in cui il cinema difficile trova spazio accanto a quello popolare. Significa credere che un festival possa davvero cambiare il modo in cui le persone guardano il mondo.

Visions du Réel, il festival che de Hadeln fondò a Nyon nel 1969 e che ancora oggi si svolge nella città svizzera dove lui ha vissuto e dove è morto il 4 luglio 2026, è forse il monumento più eloquente alla sua visione. Un festival dedicato al documentario, al cinema del reale, alla necessità di guardare il mondo senza abbellirlo, che dopo più di cinquant’anni continua a essere un punto di riferimento internazionale. Non è un caso che de Hadeln abbia scelto il documentario come suo primo terreno di lavoro: c’è in quella scelta tutta la sua idea di cinema come strumento di conoscenza prima ancora che di intrattenimento.

Il mondo del cinema ricorda de Hadeln

La notizia della morte di de Hadeln ha suscitato reazioni nel mondo del cinema internazionale, con istituzioni e professionisti del settore che hanno ricordato la sua figura attraverso i canali ufficiali. La Berlinale stessa ha pubblicato un comunicato in sua memoria, riconoscendo il debito che il festival deve al suo lungo mandato. Anche Deadline ha dedicato un ampio necrologio alla sua figura, ripercorrendo le tappe di una carriera che ha attraversato mezzo secolo di cinema europeo e mondiale.

È difficile pensare a un’altra figura che abbia avuto un impatto paragonabile al suo sull’architettura del sistema festivaliero europeo. De Hadeln non è stato solo un direttore di festival: è stato uno dei costruttori del sistema attraverso cui il cinema d’autore e il cinema indipendente trovano visibilità, distribuzione, riconoscimento. Ogni regista emergente che ha trovato a Berlino, a Locarno o a Venezia il trampolino per la propria carriera internazionale porta indirettamente il segno del suo lavoro.

Un addio che è anche un invito a ricominciare a guardare

La morte di Moritz de Hadeln, avvenuta per complicazioni dopo un intervento medico programmato, ha la crudeltà di tutte le scomparse inaspettate: non c’è stata una lunga malattia che preparasse il mondo alla sua assenza, ma una procedura di routine trasformata in addio. Aveva 85 anni, una vita piena e una carriera che pochi potrebbero eguagliare, eppure la sensazione che rimane è quella di una presenza che mancherà, di una voce che sapeva ancora dire cose necessarie sul cinema e sul suo ruolo nella cultura contemporanea.

Il modo migliore per onorare la memoria di de Hadeln è probabilmente il più semplice: tornare a vedere film, frequentare i festival, scegliere di sedersi in sala davanti a qualcosa di sconosciuto e lasciare che il cinema faccia il suo lavoro. Lui ha passato cinquant’anni a costruire le condizioni perché questo fosse possibile. Il resto tocca a noi.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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