The Menu: quando la cena perfetta diventa un incubo di classe
C’è un momento preciso in cui capisci che The Menu non è il film che pensavi di guardare. Sei lì, comodamente seduto, convinto di assistere a un thriller gastronomico sofisticato — magari qualcosa di simile a Burnt o a una puntata particolarmente intensa di Chef’s Table — e invece il tappeto ti viene sfilato da sotto i piedi con una brutalità elegante e quasi divertita. Il film di Mark Mylod, uscito nelle sale nel 2022 e approdato su Netflix a febbraio 2025, dove ha raggiunto la prima posizione in classifica, è esattamente questo: un’esperienza che ribalta le aspettative con la stessa cura con cui un grande chef costruisce un menu degustazione. The Menu film da vedere, da discutere, da smontare pezzo per pezzo — e questo articolo vuole accompagnarvi in quel viaggio.
Il plot: un’isola, un ristorante, nessuna via d’uscita
La premessa è quasi fiabesca nella sua semplicità . Una coppia — Margot e Tyler — si imbarca verso un’isola costiera remota per cenare al Hawthorne, ristorante esclusivo e irraggiungibile per i comuni mortali. Il prezzo del coperto è astronomico, la lista d’attesa è leggendaria, e lo chef Julian Slowik è una divinità vivente nel pantheon della cucina d’élite. Gli altri commensali sono altrettanto selezionati: critici gastronomici, investitori, celebrity di vario genere, habitué del jet set internazionale. Tutto è curato nei minimi dettagli. Tutto è perfetto. Fino a quando non comincia il servizio.
Senza entrare nel territorio degli spoiler più pesanti — perché The Menu va vissuto con la minor quantità possibile di anticipazioni — basti dire che lo chef Slowik ha preparato un menu con sorprese che vanno ben al di là dell’insolito abbinamento cibo-vino. Ogni portata è un atto di un dramma più grande, e la serata si trasforma progressivamente in qualcosa di oscuro, violento e perturbante, eppure mai privo di una feroce vena comica. Il film è classificato R, dura 1 ora e 47 minuti, e ogni minuto è calibrato con precisione chirurgica.
Mark Mylod e la grammatica del terrore elegante
Mark Mylod è un nome che gli appassionati di serie televisive conoscono bene: ha firmato episodi di Succession, la serie HBO che ha ridefinito il dramma familiare e corporativo degli ultimi anni. Non è un caso che The Menu respiri la stessa aria di quella serie — quella capacità di mettere in scena personaggi ricchi, potenti e profondamente infelici con uno sguardo che non è mai compiacente ma nemmeno semplicemente moralistico. Mylod sa come stare dentro un ambiente di privilegio senza romantizzarlo, e sa come usare la macchina da presa per creare disagio senza ricorrere ai trucchi più scontati del genere horror.
La regia di The Menu è sobria, precisa, quasi ossessivamente controllata — proprio come il ristorante al centro della storia. I movimenti di macchina sono misurati, i campi e controcampi rispettano una geometria quasi architettonica, e questa rigidità formale amplifica il senso di claustrofobia che cresce portata dopo portata. Quando la tensione esplode, lo fa in modo tanto più efficace proprio perché il film ha costruito con pazienza una struttura visiva che sembrava inattaccabile.
La sceneggiatura è firmata da Seth Reiss e Will Tracy, e il loro lavoro merita un discorso a parte. Il testo è denso, stratificato, capace di funzionare su più livelli contemporaneamente: c’è la storia di sopravvivenza immediata, c’è la satira sociale, c’è il dramma dei personaggi. I dialoghi sono taglienti, a volte quasi aforistici, e le battute migliori colpiscono proprio perché arrivano in momenti di tensione altissima, alleggerendo e al tempo stesso intensificando l’esperienza emotiva dello spettatore.
Anya Taylor-Joy e Ralph Fiennes: una danza tra predatore e preda
Il cuore pulsante di The Menu è il duello — inizialmente asimmetrico, poi sempre più equilibrato — tra Anya Taylor-Joy e Ralph Fiennes. Sono loro i veri protagonisti, e la chimica tra i due è uno degli elementi che rendono il film memorabile ben oltre i suoi meriti di genere.
Ralph Fiennes costruisce lo chef Slowik come un personaggio di rara complessità . Non è il villain cartoonesco che urla e sbatte i pugni sul bancone — è qualcosa di più inquietante: un uomo che crede profondamente in quello che fa, che ha trasformato la cucina in una forma d’arte totalizzante, e che ha pagato un prezzo enorme per quella dedizione. Fiennes porta sul set tutta la sua capacità di trasmettere autorità silenziosa, quella qualità che lo ha reso indimenticabile in ruoli come Amon Göth in Schindler’s List o Voldemort nella saga di Harry Potter. Qui la usa in modo diverso, più sfumato, con una vena di malinconia che rende Slowik un antagonista con cui è impossibile non empatizzare almeno in parte, anche mentre fa cose orribili.
Anya Taylor-Joy, dal canto suo, porta Margot a essere l’ancora emotiva del film e, soprattutto, il suo motore narrativo. La Taylor-Joy ha dimostrato negli ultimi anni una capacità straordinaria di abitare personaggi che si muovono in situazioni di pericolo senza perdere mai la propria agency — basti pensare a The Queen’s Gambit o a Last Night in Soho. In The Menu quella qualità è al servizio di un personaggio che non è semplicemente una vittima in attesa di essere salvata, ma una protagonista attiva che cerca attivamente una via d’uscita usando intelligenza, intuizione e una comprensione del mondo che la distingue nettamente dagli altri commensali.
Il confronto diretto tra i due attori, quando arriva, è uno dei momenti più intensi del film. Non c’è bisogno di alzare la voce: basta uno sguardo, una pausa, una risposta inaspettata. È cinema nel senso più puro del termine.
Un cast corale che non delude mai
Attorno ai due protagonisti, Mylod ha costruito un cast corale di grande qualità . Nicholas Hoult interpreta Tyler, il fidanzato di Margot, un appassionato di gastronomia quasi ossessivo, il tipo di commensale che fotografa ogni piatto e cita a memoria la carriera dello chef. È un personaggio che avrebbe potuto essere semplicemente antipatico, e invece Hoult lo rende tridimensionale, tragico quasi, portando sullo schermo la vulnerabilità di chi ha costruito la propria identità intorno a qualcosa di esterno a sé.
John Leguizamo è un attore hollywoodiano di un certo spessore, ormai in declino, che cena al Hawthorne cercando di rilanciare la propria immagine. Judith Light porta in scena una donna della upper class con una storia più complicata di quanto sembri. Hong Chau è la maitre del ristorante, un personaggio che si rivela essere molto più di una semplice figura di servizio: è la guardiana del tempio, la traduttrice tra il mondo dello chef e quello degli ospiti, e la sua performance è una delle più sottovalutate del film.
Ogni personaggio secondario porta con sé una storia, un background, una ragione per essere lì quella sera — e il film si prende il tempo di esplorarle tutte, almeno parzialmente, costruendo un affresco corale che funziona come una piccola sociologia dell’élite contemporanea.
La satira sociale: chi merita di stare a tavola?
Sarebbe riduttivo leggere The Menu solo come un thriller. Il film funziona benissimo come tale, ma la sua ambizione è chiaramente più grande. Il ristorante Hawthorne è un microcosmo, e i commensali rappresentano diverse declinazioni del privilegio economico e culturale: il critico gastronomico che ha il potere di fare e disfare carriere, l’investitore che tratta tutto come un asset, la celebrity che usa il lusso come accessorio identitario, l’appassionato che ha trasformato il consumo in una forma di identità quasi religiosa.
Quel che il film fa con questi archetipi è interessante: non li caricatura semplicemente, ma li lascia parlare, li lascia rivelare se stessi attraverso le loro reazioni a ciò che accade durante la cena. E in quella rivelazione emerge qualcosa di scomodo — la consapevolezza che il lusso estremo, portato alle sue conseguenze logiche, contiene già in sé qualcosa di violento. Il prezzo di un pasto al Hawthorne non è solo monetario: è un patto con una certa visione del mondo, una certa idea di chi merita le cose belle e chi no.
Eater, una delle pubblicazioni gastronomiche più autorevoli in lingua inglese, ha descritto il film come parte horror e parte dark comedy, una definizione che cattura bene la doppia natura dell’opera. Non è un film che predica, non vi darà lezioni su cosa pensare. Ma vi lascerà con alcune domande piuttosto scomode sul rapporto tra arte, consumo e potere.
Il mondo reale della haute cuisine: quanto c’è di vero?
Una delle cose più affascinanti di The Menu è quanto il suo ritratto della cucina d’élite sia radicato in dinamiche reali. Il mondo dei ristoranti con tre stelle Michelin è effettivamente un universo a parte, con le sue gerarchie rigide, i suoi rituali quasi liturgici, la sua cultura del sacrificio e della perfezione assoluta. Chef reali come René Redzepi del Noma di Copenaghen hanno parlato pubblicamente del costo umano di quella ricerca della perfezione — del burnout, delle cucine tossiche, della pressione insostenibile che si crea quando un piatto diventa più importante delle persone che lo preparano.
Il film non cita nomi reali e non pretende di essere un documentario, ma chi conosce anche superficialmente quel mondo riconoscerà molti dettagli: il silenzio quasi sacrale in sala, la precisione militare del servizio, la deferenza quasi religiosa con cui certi commensali trattano lo chef. E riconoscerà anche, forse, qualcosa di più inquietante: la sensazione che in certi ambienti di lusso estremo il confine tra ospitalità e controllo sia più sottile di quanto si voglia ammettere.
Su Netflix: come e quando guardarlo
The Menu film è disponibile su Netflix da febbraio 2025, e il fatto di aver raggiunto la prima posizione in classifica conferma che il pubblico della piattaforma lo ha accolto con grande interesse. La disponibilità in streaming è in realtà un’opportunità per (ri)scoprire un’opera che al momento della sua uscita nelle sale nel 2022 aveva avuto una buona accoglienza critica — attualmente ha un rating di 7.1 su 10 su IMDb, basato su oltre 510.000 valutazioni degli utenti — ma che forse non aveva raggiunto tutta l’audience che meritava.
Guardarlo su Netflix significa anche poterlo vivere in un contesto domestico che, paradossalmente, potrebbe amplificare certi elementi del film. C’è qualcosa di appropriato nel guardare una storia ambientata in un ristorante esclusivo dalla comodità del proprio divano, magari con uno spuntino a portata di mano — un contrasto che il film stesso, con la sua vena ironica, apprezzerebbe probabilmente. Per approfondire ulteriormente la storia e il cast, la pagina Wikipedia dedicata al film offre un buon punto di partenza.
Perché vale la pena vederlo adesso
In un panorama cinematografico in cui i film di genere tendono spesso a scegliere tra intrattenimento puro e ambizione autoriale, The Menu riesce nell’impresa non banale di fare entrambe le cose senza sacrificare nessuna delle due. È un film che funziona come thriller — tiene alta la tensione per tutta la durata, costruisce suspense in modo efficace, non delude nel finale — ma è anche un film che ha qualcosa da dire, e lo dice con intelligenza e stile.
Ralph Fiennes e Anya Taylor-Joy sono in forma smagliante, Mark Mylod dimostra che la sua esperienza televisiva si traduce in una padronanza del ritmo narrativo che molti registi cinematografici potrebbero invidiare, e la sceneggiatura è abbastanza densa da reggere una seconda visione — anzi, la seconda visione è quasi consigliata, perché molti dettagli del primo atto acquistano un significato completamente diverso una volta che si conosce dove la storia va a parare.
The Menu film è, in definitiva, uno di quei rari casi in cui tutto funziona: la regia, la scrittura, le interpretazioni, il ritmo, il tono. Un film che vi farà guardare la prossima cena al ristorante con occhi leggermente diversi — e che vi convincerà , forse, che il piatto più pericoloso è sempre quello che non ti aspetti.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








