Pixar Animation Studios cambia volto al vertice: a novembre 2026 arriva l’annuncio che rimescola le carte della storica factory dell’animazione controllata da Disney. Jonathan Garson è il nuovo presidente Pixar, destinato a prendere ufficialmente le redini dello studio il 4 gennaio 2027, mentre Jim Morris — dodici anni alla guida, ventuno complessivi dentro le mura di Emeryville — passa al ruolo di presidente emerito. Un passaggio di testimone che non è solo un avvicendamento burocratico: è il segnale di un’intera stagione che si chiude e di un’altra che si apre, con tutto il peso simbolico che questo comporta per uno studio che ha ridefinito l’animazione mondiale.
Dodici anni di Jim Morris: cosa lascia in eredità
Per capire la portata di questo cambio, bisogna partire da chi esce di scena — o meglio, da chi resta nell’ombra luminosa di un ruolo emerito. Jim Morris ha trascorso ventuno anni a Pixar, dodici dei quali come presidente. Un lasso di tempo enorme, nel quale lo studio ha attraversato alcune delle fasi più complesse e creative della sua storia: il passaggio all’era post-Toy Story 3, l’esplosione del mercato streaming, la pandemia che ha costretto Luca e Soul direttamente su Disney+ senza passare per le sale, e poi la graduale riconquista del grande schermo con Elemental e Inside Out 2.
Morris non è mai stato un nome da prima pagina nel senso tradizionale del termine — non è un regista, non appare sui red carpet — ma il suo lavoro è stato quello di tenere insieme una macchina creativa straordinariamente complessa, bilanciando le esigenze artistiche con quelle industriali e con i diktat della casa madre Disney. Passare a presidente emerito significa restare nell’orbita dello studio, ma cedere la responsabilità operativa quotidiana. Un atterraggio morbido, per un uomo che ha costruito buona parte dell’identità istituzionale di Pixar nell’ultimo decennio.
Chi è il nuovo presidente Pixar: Jonathan Garson e una carriera lunga oltre trent’anni in Disney
Il nome di Jonathan Garson potrebbe non essere immediatamente familiare al grande pubblico, ma dentro i corridoi Disney è tutt’altro che un outsider. Le fonti accreditate — Deadline, Variety, Cartoon Brew, AWN — lo descrivono come un veterano con oltre trent’anni di carriera nel gruppo Disney, un profilo che smentisce qualsiasi lettura semplicistica del suo arrivo come “giovane prodigio paracadutato dall’alto”.
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Al contrario, Garson porta con sé un bagaglio di esperienza profonda nel sistema Disney, il che suggerisce una scelta di continuità più che di rottura radicale. La sua nomina a presidente di Pixar, effettiva dal 4 gennaio 2027, è il frutto di una valutazione strategica precisa: uno studio come Pixar ha bisogno di qualcuno che conosca le dinamiche del gruppo, sappia navigare i rapporti con Burbank e al tempo stesso lasci respiro alla creatività interna. Non è detto che sia un compito facile, anzi: la storia recente di Pixar — con le polemiche sui tagli, i film dirottati sullo streaming, la necessità di ritrovare il filo con il pubblico delle sale — dimostra che il ruolo presidenziale è un equilibrio precario tra arte e industria.
Quello che non sappiamo ancora, perché le fonti verificate non lo specificano, è quale sia stato il percorso preciso di Garson all’interno del gruppo prima di questa nomina. Ma la sua lunga permanenza nel sistema Disney è già di per sé una garanzia di conoscenza istituzionale, e probabilmente è stata la carta vincente nella scelta.
Jonas Rivera sale di rango: la creatività in buone mani
Il riassetto non riguarda solo il vertice esecutivo. In parallelo alla nomina di Garson, Jonas Rivera viene promosso al ruolo di creative executive VP, con una responsabilità allargata sulla dimensione creativa dello studio. Rivera è un nome che i cinefili dell’animazione conoscono bene: produttore di film come Up, Inside Out e Soul, è una delle figure più rispettate dentro Pixar, uno di quelli che ha contribuito a definire il tono emotivo e narrativo dei progetti più ambiziosi degli ultimi quindici anni.
La sua promozione è un segnale importante: significa che la componente creativa dello studio non viene sacrificata sull’altare della ristrutturazione manageriale, ma anzi viene valorizzata e portata a un livello di rappresentanza più alto nella gerarchia interna. Rivera diventa, di fatto, il principale interlocutore creativo a livello esecutivo, in dialogo diretto con il vertice presidenziale.
E poi c’è Pete Docter, il cui ruolo di Chief Creative Officer viene confermato senza alcuna variazione. Docter — regista di Up, Inside Out e Soul, premio Oscar e cuore pulsante della visione artistica di Pixar — rimane l’architetto delle storie. La sua permanenza è, in qualche modo, la garanzia più solida che lo studio non stia per perdere la propria anima narrativa nel mezzo di un cambiamento ai vertici.
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Un ricambio generazionale dentro una struttura che regge
Leggendo questo riassetto nel suo insieme, emerge un quadro piuttosto coerente: Pixar non sta ribaltando il tavolo, sta facendo quello che le grandi istituzioni creative sanno fare nei momenti migliori — rinnovarsi senza rinnegare. Morris resta nell’orbita come figura di riferimento e memoria storica. Docter continua a presidiare la creatività. Rivera scala la gerarchia con un ruolo che riconosce il suo contributo decennale. E Garson, con il suo lungo pedigree Disney, porta competenza sistemica senza essere un estraneo.
Non è un caso che l’annuncio arrivi in un momento in cui Pixar sembra aver ritrovato un rapporto più solido con il pubblico delle sale cinematografiche. Dopo anni di difficoltà — alcune legate alla pandemia, altre a scelte distributive discusse — lo studio ha dimostrato di saper ancora toccare le corde giuste. Il contesto in cui Garson si insedierà, a inizio 2027, è quindi quello di uno studio che non è in crisi ma che ha davanti a sé sfide importanti: mantenere la rilevanza culturale, competere con un panorama dell’animazione sempre più affollato e internazionale, e continuare a produrre storie che abbiano qualcosa di autentico da dire.
Pixar e Disney: il nodo del rapporto con la casa madre
C’è un sottotesto che vale la pena nominare esplicitamente: il rapporto tra Pixar e Disney non è mai stato semplicissimo, anche dopo l’acquisizione del 2006. Lo studio di Emeryville ha sempre difeso con le unghie la propria identità creativa, e ogni cambiamento ai vertici riapre inevitabilmente la domanda su quanto margine di autonomia verrà preservato.
La scelta di un profilo come Garson — un veterano Disney, non un nome proveniente dall’esterno del gruppo — potrebbe essere letta in due modi opposti: come segnale di maggiore integrazione con Burbank, oppure come scelta pragmatica di qualcuno che conosce le regole del gioco e sa come proteggere lo spazio creativo dello studio dall’interno. La storia di Pixar suggerisce che la seconda lettura sia almeno altrettanto plausibile della prima. Del resto, anche Morris era un uomo di sistema, eppure sotto la sua presidenza lo studio ha mantenuto una voce narrativa riconoscibile e spesso coraggiosa.
Quello che è certo è che il passaggio formale avverrà il 4 gennaio 2027, e da quel giorno in poi sarà Garson a rispondere delle scelte di Pixar. Con Docter a garantire la continuità creativa e Rivera a fare da ponte tra visione artistica e gestione esecutiva, la struttura che si profila sembra pensata per durare. Pixar ha attraversato momenti ben più turbolenti di questo, e ne è uscita con storie memorabili. Ragione sufficiente, per ora, per guardare al nuovo capitolo con curiosità più che con apprensione.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
Jonathan Garson è il nuovo presidente Pixar dal 4 gennaio 2027, mentre Jim Morris passa a presidente emerito dopo 12 anni alla guida dello studio Disney.






