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La Città dei Vivi, il dramma di Edoardo Gabbriellini con Valerio Mastandrea

C’è un film italiano che ha già fatto parlare di sé nei circuiti festivalieri e che adesso si prepara a incontrare il grande pubblico: La città dei vivi, opera drammatica diretta da Edoardo Gabbriellini e scritta da Nicola Lagioia, è uno dei titoli italiani più attesi del 2026. Un progetto che unisce due nomi di peso — un regista con una visione precisa e uno scrittore capace di scandagliare le zone più oscure della contemporaneità — e che promette di lasciare il segno.

Un film che nasce da una penna letteraria d’eccezione

Parlare di La città dei vivi significa partire dalla sua origine: la sceneggiatura firmata da Nicola Lagioia. Scrittore tra i più rilevanti della letteratura italiana contemporanea, Lagioia porta sul set una sensibilità narrativa capace di muoversi tra il sociale e l’intimo, tra la cronaca e il mito. Non è la prima volta che la letteratura italiana si trasforma in cinema di qualità, ma ogni volta che accade con questo livello di consapevolezza, il risultato merita attenzione.

La sceneggiatura è il cuore pulsante di la città dei vivi film, e la collaborazione tra Lagioia e il regista Gabbriellini suggerisce un lavoro di adattamento profondo, dove la parola scritta non si limita a diventare dialogo ma plasma l’intera architettura visiva e drammatica dell’opera. È il tipo di cinema che non si accontenta di raccontare una storia: vuole interrogare chi guarda.

Edoardo Gabbriellini alla regia: uno sguardo da tenere d’occhio

Edoardo Gabbriellini è un nome che il pubblico generalista conosce forse più come attore, ma che dietro la macchina da presa dimostra una maturità sorprendente. Con La città dei vivi firma un dramma italiano che si colloca in una tradizione cinematografica precisa — quella del realismo urbano, della periferia come specchio distorto della metropoli — senza però rinunciare a un linguaggio personale e riconoscibile.

La sua regia si confronta con un materiale narrativo tutt’altro che semplice: la storia di Luca, un ragazzo di 23 anni che lavora come meccanico e vive a La Storta, nella periferia di Roma, all’interno di una famiglia adottiva. Un protagonista che porta con sé il peso di un’identità costruita su confini labili — tra appartenenza e distanza, tra il mondo che lo ha accolto e quello che forse non l’ha mai capito davvero. Roma, con la sua stratificazione di vite parallele e invisibili, diventa in questo senso molto più di uno sfondo: è un personaggio essa stessa.

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Il cast: Mastandrea e un ensemble tutto da scoprire

Uno dei punti di forza di la città dei vivi film è senza dubbio il cast. In testa c’è Valerio Mastandrea, attore romano tra i più versatili e rispettati del panorama italiano, capace di abitare personaggi complessi con una naturalezza disarmante. La sua presenza garantisce al film una credibilità drammatica immediata e attira su di esso l’attenzione che merita.

Al suo fianco troviamo Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Giorgio Montaldo: un ensemble che mescola volti noti e talenti emergenti, una scelta che spesso regala le sorprese più interessanti nel cinema italiano contemporaneo. Ogni nome in questo cast sembra scelto con cura chirurgica, pensando non solo al singolo ruolo ma alla chimica complessiva del gruppo.

Mastandrea in particolare è il tipo di attore che non recita per la telecamera ma davanti alla telecamera, con quella presenza fisica e psicologica che trasforma ogni scena in qualcosa di vivo e imprevedibile. Vederlo in un dramma scritto da Lagioia e diretto da Gabbriellini è già di per sé una promessa cinematografica di primo livello.

La Storta, Roma: la periferia come universo narrativo

La scelta di ambientare La città dei vivi a La Storta, borgata nella periferia nord-ovest di Roma, non è casuale. Il cinema italiano ha sempre avuto un rapporto privilegiato con le sue periferie — da Pasolini in poi, la borgata è diventata un luogo letterario e cinematografico denso di significati, uno spazio dove le contraddizioni della città si manifestano senza filtri.

Il protagonista Luca, meccanico di 23 anni cresciuto in una famiglia adottiva, incarna perfettamente questa geografia umana: è un ragazzo che appartiene a quel territorio eppure ne è in qualche modo estraneo, che cerca il suo posto in un mondo che gli ha già assegnato una collocazione senza chiedergli il parere. È una condizione esistenziale universale raccontata attraverso coordinate geografiche e sociali molto specifiche — e questa precisione è esattamente ciò che rende il cinema italiano di qualità irripetibile.

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La città dei vivi, già nel titolo, evoca una dualità potente: chi sono i vivi in questa storia? Chi abita davvero la città, e chi invece la attraversa come un fantasma? Domande che il film sembra voler porre senza offrire risposte facili.

Venezia e oltre: il percorso festivaliero

Prima di arrivare nelle sale, la città dei vivi film ha già percorso una tappa fondamentale: la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, uno dei festival più prestigiosi al mondo e da sempre vetrina d’elezione per il cinema italiano d’autore. Essere selezionati per Venezia non è mai un dettaglio trascurabile — significa che il film ha superato un vaglio critico severissimo e che la comunità cinematografica internazionale lo considera un’opera degna di attenzione.

Il passaggio veneziano è spesso il momento in cui un film trova la sua identità pubblica, il punto in cui la critica comincia a costruire il discorso che accompagnerà l’opera per anni. Per La città dei vivi, questa vetrina rappresenta un trampolino importante verso il pubblico delle sale italiane.

Sul fronte della distribuzione, il film è prodotto come produzione italiana 2026 ed è classificato per un pubblico dai 10 anni in su — una scelta che suggerisce un dramma accessibile ma non privo di spigoli, adatto a spettatori capaci di reggere la complessità senza per questo richiedere una maturità esclusivamente adulta. Per tutti i dettagli ufficiali sulla distribuzione è possibile consultare la scheda ufficiale di Eagle Pictures.

Perché vale la pena aspettarlo

Il cinema italiano attraversa una fase di rinnovamento interessante, con autori che non si accontentano di ripetere formule consolidate ma cercano nuovi linguaggi per raccontare storie vecchie quanto l’umanità. La città dei vivi sembra posizionarsi esattamente in questo solco: un dramma che prende sul serio il suo pubblico, che non semplifica e non edulcora, ma che al tempo stesso non cade nell’autoreferenzialità elitaria.

La combinazione di Gabbriellini alla regia, Lagioia alla scrittura e Mastandrea davanti alla telecamera è già di per sé un argomento sufficiente per segnare la data in agenda. E poi c’è Luca, quel meccanico di 23 anni che vive a La Storta con la sua famiglia adottiva e che porta sulle spalle il peso di una storia tutta da scoprire: il tipo di personaggio che, quando è costruito bene, non ti abbandona facilmente anche dopo che i titoli di coda sono finiti. La città dei vivi è uno di quei film che il cinema italiano sa fare quando si impegna davvero — e per questo vale ogni attesa.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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Redazione Velvet

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